E noi, chi pensiamo d’essere?
Chiunque
abbia visto una forma fisica morta, di un essere umano o di un animale,
si sarà reso conto che la forma è il ricettacolo di qualcosa di molto
prezioso, ciò che chiamiamo Vita o Coscienza.
L’elemento
primario è pertanto la Vita, la Coscienza. Il bambino che è nato, è in
realtà la Vita stessa, la Coscienza che si rende manifesta in questa
dimensione spazio-temporale attraverso la forma fisica, il corpo-mente,
per sperimentarsi, esprimersi, creare.
La nascita - afferma il grande saggio Nisargadatta Maharaj - è “l’io sono” che va a ficcarsi nella materia.
La
descrizione che ci è stata fatta di noi stessi, è che siamo un corpo
avente Coscienza o anima.
In sostanza, siamo stati addestrati a
scambiare il soggetto che siamo, per l’oggetto attraverso cui ci
manifestiamo, come dire, abbiamo realizzato l’incantesimo, “proiettando
magicamente il reale in una dimensione … inconsueta”.
Ritornando
a noi, è facile intuire come ci siamo intrappolati nello stato
d’incantesimo. Una volta scambiato il soggetto con il suo oggetto,
assumendo come identità il corpo-mente, cominciamo a giocare al gioco
intitolato: La vita è sofferenza,
le cui regole prevedono autolimitazione, auto svalutazione, privazione
del potere personale -bisogna darlo a chi ha “l’autorità per dirigere la
nostra vita”- e della libertà.
La
sostanza dell’incantesimo è dunque credere d’essere solamente un
corpo-mente, altrimenti chiamato personalità, io o ego. È questa
‘stretta’ identificazione con lo strumento attraverso cui ci
manifestiamo, che è naturalmente soggetto alle leggi della materia di
cui è fatto e della dimensione spazio-temporale in cui vive, nonché
l’oblio di ciò che fa vivere il corpo stesso – la Vita o Coscienza – che
ci ha privato della Gioia di vivere. È questo ciò che ci ha mantenuto
nello stato d’incantesimo, il cui terreno di gioco è il campo della
sofferenza.
Quando
parlo di sofferenza mi riferisco a quella psicologica che è diversa dal
dolore connesso col corpo fisico. Quando pelando le patate ci feriamo
un dito, c’è dolore che ha una sua intensità e durata variabile ma che
avviene nel momento presente. Il dolore lo possiamo sentire solo
nell’adesso. La sofferenza invece, è data dalle elucubrazioni che ci
facciamo in merito al fatto d’esserci tagliati: “oh Dio che spavento”,
“avrei potuto amputarmi il dito”, “è colpa mia” ecc., cioè continuare a
pensare a un evento già accaduto o a possibili sviluppi futuri.
Tutto
questo avviene al di fuori del presente anche quando non c’è più alcun
dolore.
Il campo della sofferenza e le sue caratteristiche ci sono ben note.
Esso
è caratterizzato dalla focalizzazione su uno stato individualistico:
io, io, io che è separativo dagli altri, oppositivo e competitivo. In
pratica, la filosofia alla base della nostra vita quotidiana, sostiene
che siamo individui isolati e separati gli uni dagli altri e che
pertanto, bisogna lottare per sopravvivere: mors tua vita mea, come dicevano gli antichi romani. La sopravvivenza è stata il principale obiettivo dell’umanità per molti secoli.
Ma
poteva essere differente, giacché nello stato d’incantesimo non
viviamo, ma sopravviviamo in attesa del nostro ‘salvatore’ personale o
collettivo?
Un altro elemento caratterizzante questo campo è come abbiamo visto, la sofferenza. Ci siamo detti:
La
convinzione che ‘la vita è sofferenza’ è stata l’idea più diffusa sul
pianeta e ci ha influenzato così profondamente da arrivare a pensare che
sia ‘normale’ soffrire o, addirittura, fare della sofferenza un valore.
Siamo stati così bravi ad accettare e credere che ‘così è la vita’, che
siamo ‘solo uomini’, che ‘non siamo degni’, e altre idee simili, che ci
siamo comportati in conformità e ne abbiamo colti i frutti … amari.
Per
fortuna, come sappiamo, ogni incantesimo ha i suoi antidoti e si può
sciogliere. La cosa strana di questo incantesimo, è che ciascuno di noi
ne è co-creatore insieme con gli altri, quindi ciascuno di noi ne è
respons-abile.
Giulia Jordan
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