Quando una persona entra in contatto per
la prima volta con una malattia infettiva, il suo organismo risponde a
ciò che vede e come lo vede. L’organismo forma una sua immunità naturale
sulla base di quell’esperienza. Il sistema immunitario presuppone che
la prossima volta che incontrerà la stessa malattia, e verrà nuovamente
sollecitato, agirà nella stessa forma e posizione.
Tuttavia, quando l’immunità di una
persona è indotta chimicamente con un vaccino, si creano percorsi
differenti dall’immunità naturale, e questi percorsi differenti
provocano un problema. L’organismo vede ancora “la causa della
malattia”, ma la diversa immunità non funziona come dovrebbe.
Nel caso dell’immunità naturale alla pertosse, per esempio, ACT
[tossina adenilato ciclasi] costituisce la base della risposta
immunitaria e, di fronte alla risposta immunitaria, è fondamentale per
rimuovere i batteri su reinfezione.
Nessun vaccino può contenere ACT,
perché è prodotta dall’organismo come parte del processo di malattia, e
non si può riprodurre in una provetta da laboratorio. Pertanto,
l’immunità creata da un vaccino antipertosse manca di questo
fondamentale passaggio.
Quando una persona vaccinata contrae
nuovamente la pertosse, i batteri possono trovare un terreno fertile
perché non c’è nulla ad impedirglielo. Il sistema immunitario non
risponderà più ad ACT in futuro perché il programma impostato dal primo vaccino è il contatto con l’ago, non i batteri.
I recenti articoli apparsi nelle ultime settimane rappresentano finalmente la conferma di quanto si afferma, e quello che i funzionari della sanità pubblica e gli epidemiologi conoscono da tempo: i soggetti vaccinati contro la pertosse sono portatori sani, diffondono i batteri e sono responsabili della maggior parte delle epidemie.
La nuova sorprendente scoperta pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America [PNAS],
pur non essendo applicata all’essere umano ma al babbuino, può fornire
agli scienziati un altro indizio importante per comprendere il picco
sconcertante nell’incidenza di pertosse in tutti gli Stati Uniti, che lo
scorso anno ha raggiunto la quota più elevata negli ultimi 50 anni.
Il vaccino contro la pertosse fu introdotto negli anni ’40 sotto forma di vaccino cellulare
[cioè con il batterio intero] che, a fronte di una ipotetica protezione
più duratura, contribuiva a creare una sequela di effetti
collaterali. Negli anni ’90 è stato introdotto un vaccino acellulare,
che contiene solo alcune “parti” del batterio responsabile della
malattia, cioè quelli giudicati necessari a risvegliare il sistema
immunitario. I vaccini acellulari contengono almeno due dei seguenti antigeni: tossina inattivata delle pertosse, emoagglutinina filamentosa, proteine delle fimbrie e pertactina.
Poiché i vari vaccini contengono antigeni diversi, è necessario usare lo stesso prodotto durante un ciclo di immunizzazione.
Il vaccino contro la pertosse è in genere combinato con quello contro difterite e tetano [DTaP], oppure nel preparato esavalente illegale. In entrambi i casi la vaccinazione contro la pertosse non è obbligatoria, e accogliamo con moderata soddisfazione la recente notizia diramata dalla Società di Igiene nell’ottica
di estendere la “non obbligatorietà” su tutto il territorio nazionale:
una decisione che ha il sapore della sconfitta di fronte all’amara
evidenza di un numero notevole di danni procurati nei bambini, che
proseguono a rimanere nascosti sotto il tappeto dell’ipocrisia, a tal
punto da dichiararsi soddisfatti di coperture vaccinali ben al di sotto
dello slogan dell’immunità di gregge al 95%.
Inoltre, nel corso degli anni, i
ricercatori hanno stabilito che i nuovi vaccini contro la pertosse
perdono di efficacia, dopo circa cinque anni, e tutto ciò rappresenta un
problema significativo che molti autori ritengono ha contribuito al
significativo aumento dei casi di pertosse.
Ovviamente, per vederla dal lato dei
procacciatori di vaccini, a causa della crescente incidenza, sempre
più richiami [booster] sono stati aggiunti per compensare una ”immunità
calante”, e ora i bambini arrivano a ricevere circa 6 dosi di
vaccino in 6 anni. Infatti, lo schema usuale prevede la somministrazioni
delle dosi a 2, 4, 6, 15-18 mesi di età e una dose di richiamo all’età
di 4-6 anni. Il tutto condito dal fatto che, come ricordavamo prima, il
vaccino è somministrato in formulazione combinata con altri vaccini.
A tutto ciò dobbiamo poi aggiungere le
nuove mode del momento, altre opinabili strategie di marketing, che
raccomandano la vaccinazione:
-
a tutti i membri della famiglia subito dopo la nascita del neonato allo scopo di ”proteggere” la sua vulnerabilità. Pratica abbandonata velocemente a causa di inefficacia e preoccupazioni per la diffusione attiva della pertosse da parte di questi neonati;
- alle donne in gravidanza. Sembrerebbe avere un senso, giusto? Vaccinare la mamma affinché gli anticorpi passano al bambino prima che nasca, cosicché saranno protetti fino a quando potranno iniziare il programma di vaccinazione per tutta la vita.
Il problema è che queste idee
pittoresche, così come sono proposte, non hanno alcun fondamento
scientifico in una letteratura che ha ripetutamente sottolineato questo
dilemma. Tra l’altro è paradossale dimenticare, più o meno
volutamente, che la somministrazione preventiva di eritromicina per 5
giorni ha un effetto benefico nei bambini non vaccinati o negli adulti
fortemente esposti. Inoltre, la letteratura scientifica riporta che:
-
vi è una mancanza di prove che gli anticorpi materni transplacentari indotti dalla somministrazione di DTaP durante la gravidanza proteggono i neonati contro la pertosse [Pertussis antibodies in postpartum women and their newborns];
- poiché non è noto che sia correlato a protezione per la pertosse, è incerto che l’aumento degli anticorpi può essere considerato clinicamente protettivo [Effect of a prepregnancy pertussis booster dose on maternal antibody titers in young infants].
Mentre dalla bocca della verità, si fa per dire, del CDC si apprende che: “una donna vaccinata con DTaP
durante la gravidanza probabilmente sarà protetta al momento del parto,
e quindi avrà meno probabilità di trasmettere la pertosse al suo
bambino.”
Tutte le “incognite“, i “se“, i “ma“, le infinite “probabilità” e le “incertezze“,
rappresentano una franca ammissione che nelle valutazioni
pre-marketing, la sicurezza della somministrazione di una dose di
richiamo di DTaP alle donne in gravidanza non è stata studiata.
Tuttavia, questo non ferma il CDC nell’elaborare una raccomandazione olistica demenziale: “le donne del personale sanitario devono attuare un programma di vaccinazione DTaP per assistere le donne in gravidanza che non hanno ricevuto precedentemente la vaccinazione DTaP. Il personale sanitario deve somministrare DTaP
durante la gravidanza, preferibilmente durante la terza settimana o la
fine del secondo trimestre [dopo la gestazione di 20 settimane]. Se non
somministrato durante la gravidanza, DTaP deve essere somministrato immediatamente dopo il parto. “
La saggezza del sistema immunitario è
tale che l’infezione educa il corpo in un modo che non abbiamo
completamente chiaro dal punto di vista scientifico [ignoranza biologica].
E’ molto di più di una semplice produzione di anticorpi e l’esposizione
passiva, con individui infetti nella comunità, serve a rieducare
continuamente, e “richiamare”, la risposta potenziale che tiene a bada
la reinfezione.
I vaccini non fanno questo, non lo hanno mai fatto, e non potranno mai farlo. L’esempio del vaccino DTaP è un classico della perfezione!
E, se si consultano altri articoli
scientifici in merito ad altre malattie, il risultato non cambia. Per
esempio, in riferimento a precedenti epidemie di morbillo, troverete
pubblicazioni accademiche in merito a ”il paradosso del morbillo“. Un paradosso perché i soggetti vaccinati sono quelli che contraggono la malattia, mentre i soggetti non vaccinati presenti in molte comunità, con focolai attivi, non contraggono la malattia.
Un altro esempio è rappresentato
dall’aumento dell’Herpes Zoster negli ultimi dieci anni, causato dal
vaccino contro la varicella. Questo collegamento causale non è negato dalla letteratura accademica ed è stato anche previsto dai biologi matematici e dagli epidemiologi, oltre che confermato da uno studio finanziato dal CDC di Atlanta.
In conclusione, per ribaltare una delle
tante frasi care ai signori pro-vaccino, se i bambini e gli adulti
vaccinati sono in grado di diffondere la malattia, dovremmo ritenere
tutti questi soggetti e i loro genitori legalmente responsabili per il
verificarsi di focolai. Tuttavia, la mancanza di informazioni cui sono
stati oggetto li solleva dalle loro responsabilità, al contrario dei
funzionari della salute che proseguono a promuovere vaccini insicuri pur
conoscendo la verità.
Nonostante gli sforzi enormi da parte dei
media che ricevono sovvenzioni dalle industrie del farmaco, e anche
dagli autori di riviste mediche allineate ad esse, che incolpano la
popolazione non vaccinata, la verità è finalmente troppo evidente per
essere ignorata.
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