martedì 27 gennaio 2015

L'assedio di Leningrado tra la fame e il freddo

L'assedio di Leningrado tra la fame e il freddo

Negli anni della guerra Leningrado si era in pratica trasformata in un grande campo di concentramento, dal quale era impossibile fuggire.
 
I nazisti terrorizzavano gli abitanti: il raid più lungo dell’aviazione tedesca durò 13 ore. Allora sulla città caddero più di 2000 bombe. Tuttavia le bombe non erano la cosa più temibile. I nemici più grandi erano il freddo e la fame. D’inverno la città sembrava morta. La gente moriva, uccisa dal freddo o stroncata dalla fame. Nelle case non c’era acqua, per scaldarsi almeno un po’ si bruciavano libri e tutto quanto poteva bruciare. La situazione degli abitanti era disperata. Il documento più drammatico di quel periodo è forse il diario, di sole 9 righe, di Tania Savicheva, che era soltanto una bambina ma annotava fedelmente la morte di tutti i membri della sua famiglia: “I Savichev sono morti. Sono morti tutti. Rimane solo Tania”.

Durante gli anni dell’assedio Leningrado ha perso circa 1 milione di suoi abitanti. La razione giornaliera era di soli 125 grammi di pane. La gente moriva nelle strade, la morte era diventata ormai tanto banale da non far più paura a nessuno. Eppure, gli abitanti cercavano di aiutare l’esercito. Per salvare i soldati feriti gli abitanti di Leningrado hanno donato 144 000 litri di sangue.

Un’altra abitante di Leningrado, Elena Skriabina, ha scritto sul suo diario che “la gente è talmente indebolita dalla fame che non cerca neanche di resistere alla morte. Muore come addormentandosi, e le persone attorno, anche loro quasi morte, non ci prestano alcuna attenzione”.

L’autunno e l’inverno del primo anno di assedio furono i più difficili, dice Irina Muravyova del Museo dell’assedio di Leningrado.
La razione del pane scese al minimo nel periodo tra il 20 novembre e il 25 dicembre 1941. La razione più piccola era quella dei bambini, familiari a carico e impiegati – 125 grammi a testa. Agli operai si davano 250 grammi. Le riserve dei viveri si esaurivano, poi in dicembre è venuto il momento in cui non c’era più nulla da mangiare. La gente consumava di tutto: rossetto per le labbra, oli lubrificanti, olio cotto. Coloro che erano stati evacuati da altre regioni e finirono a Leningrado, non avevano nulla. Furono loro le prime vittime della morte.
Nel mese di dicembre la fame uccideva gli abitanti al ritmo di 4000 persone al giorno. In alcuni giorni la cifra saliva a 7000.

Tuttavia già in febbraio 1942 le razioni furono aumentate. Ai minori e ai familiari a carico spettavano 300 grammi, agli impiegati 400 e agli operai 500 grammi di pane. Anche questo era tropppo poco, ma la gente era ormai abituata. Si mangiava tutto quello che poteva essere digerito: lieviti, grasso, sostanze ricavate dalle vernici, sansa, glicerina. Sulla base di questi prodotti negli anni dell’assedio a Leningrado furono prodotti più di 11 000 tonnellate di cibo.

Ciò è servito a ridurre il tasso di mortalità, ma non poteva certamente risolvere il problema In gennaio 1942 sono morte circa 130 000 persone, in maggio 50 000, in settembre 7 000. Della sua storia ci ha parlato anche Irina Skripatcheva, presidente dell’Associzione dei reduci dell’assedio.
A causa della fame mia mamma cagava sangue. Era la condanna di morte. Allora ha scritto un biglietto a mia zia che io dovevo portare. Io l’ho aperto e ho letto: Nastja, se hai qualcosa, dallo a Ira. Sono andata da zia Nastja. Sono capitata nel momento in cui lei dava al portinaio la sua pelliccia. In cambio ha ricevuto dall’uomo una pelle di cinghial, un pezzo di 50 x 50 cm. Mia zia l’ha tagliato a pezzettini e l’ha messo a cuocere. L’acqua non c’era, dentro la tazza del water c’era ghiaccio. Alla mamma davo anche la soluzione di permanganato di potassio. Grazie a ciò è sopravvissuta.
È una storia di guarigione miracolosa. Tali storie non sono molto numerose, ma ce ne sarebbero state ancora di meno, se non ci fosse la Strada della Vita che passava sul ghiaccio del lago Ladoga, l’unica strada che collegava Leningrado al mondo. Decine di migliaia di persone – conducenti di automezzi, meccanici, vigili – percorrevano questa strada rischiando la loro vita per portare il cibo agli abitanti assediati.

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