L’Italia sprofonda in una
crisi
senza uscita? Tutta colpa nostra. Siamo pigri, ignoranti, poco
innovativi e anche disonesti, vista l’elevata evasione fiscale. Per non
parlare del debito pubblico, troppo elevato rispetto al Pil. Nonostante
le analisi di prestigiosi economisti, ormai diventate un coro di fronte
allo sfacelo planetario dell’Ue e dell’Eurozona, resta ben viva sui
media
la voce del mainstream, secondo cui il debito sovrano è un problema,
anziché un insostituibile motore di sviluppo.
Visione alla quale non si
sottraggono osservatori come Guglielmo Forges Davanzati, per i quali,
semplicemente, l’Italia ha perso il passo già negli anni ‘90. Il male
oscuro? Non il Trattato di Maastricht, non lo storico divorzio fra
Tesoro e Bankitalia con la “privatizzazione” del debito, consegnato alla
speculazione finanziaria internazionale, ma la mancanza di adeguate
politiche industriali per consentire al made in Italy di continuare a
competere col resto del mondo.

I governi che si sono succeduti a partire dagli anni ottanta, scrive Davanzati su “
Micromega”,
hanno rinunciato ad attuare politiche industriali, confidando nella
presunta “vitalità” della nostra imprenditoria, fidando nella filosofia
del “piccolo è bello”.
La costante riduzione della domanda interna, aggiunge l’analista, è
derivata non solo dalla riduzione di consumi e investimenti privati, «ma
soprattutto da riduzioni della spesa pubblica e continui aumenti della
pressione fiscale». Chi e perché ha indotto quelle politiche? Davanzati
non lo spiega, preferendo concentrarsi sul loro esito disastroso: i
tagli alla spesa hanno indebolito il sistema e il declino della domanda interna ha ridotto i mercati di sbocco, mettendo in
crisi la maggioranza delle aziende (medio-piccole), fortemente dipendenti dal credito bancario. Poi, la
crisi dei mutui subprime negli
Usa è rimbalzata nella cosiddetta
crisi
dei debiti sovrani nell’Eurozona, con caduta della domanda globale,
riduzioni dell’export, austerity, esplosione paurosa della
disoccupazione.
Unica mossa tentata: detassare e precarizzare il lavoro. Misura
ingiusta e comunque insufficiente: «Se le aspettative sono pessimistiche
gli investimenti non vengono effettuati e il solo effetto che può
verificarsi è un aumento dei profitti netti». Giocare al ribasso,
inoltre, disincentiva l’innovazione delle imprese. Servirebbe il
contrario del Jobs Act, e cioè regole rigide e tutele per i dipendenti.
Davanzati cita Keynes: «Se si paga meglio una persona si rende il suo
datore di lavoro più efficiente, forzandolo a scartare metodi e impianti
obsoleti, affrettando la fuoriuscita dall’industria degli imprenditori
meno efficienti, elevando così lo standard generale». In altri termini,
sostiene Davanzati, politiche di alti salari combinate con maggiore
rigidità del rapporto di lavoro possono generare una condizione che
aiuta le imprese a migliorare e crescere, puntando proprio
sull’innovazione, senza contare
che salari più alti «contribuiscono a tenere elevata la domanda
aggregata, generando un potenziale circolo virtuoso di alta domanda ed
elevata produttività».

E’ esattamente il contrario di quanto è accaduto in Italia
nell’ultimo ventennio, chiosa Davanzati. Già, ma perché è accaduto?
Italiani pasticcioni o traviati da manovratori occulti? Nino Galloni,
economista della Sapienza e già super-tecnico al ministero del bilancio,
chiarisce: prima ancora del terremoto della globalizzazione, i guai
veri per l’Italia sono cominciati nel 1981, quando la Banca d’Italia ha
cessato di fare da “bancomat del governo”, costringendo l’esecutivo ad
avvalersi dei titoli di Stato, acquistati dalla
finanza
internazionale, come fonte primaria di finanziamento pubblico.
Immediata l’esplosione del debito, divenuta catastrofica con l’adozione
dell’euro, moneta non più emessa dall’Italia. Galloni sintetizza:
l’Italia non stava sulla luna, ma nell’Europa in cui la Francia di
Mitterrand impose l’euro alla Germania che voleva la riunificazione
tedesca del 1989. Kohl accettò a una condizione: che venisse sabotato il
sistema industriale italiano, cioè il maggior concorrente dell’export
di Berlino. A valle, quindi, gli inevitabili “errori” nella
politica industriale, gli “incomprensibili” ritardi, i fallimenti a catena.

Craxi fu il primo a profetizzare che, con Maastricht, l’Italia ci
avrebbe rimesso le penne. Andreotti provò a resistere. E Galloni
racconta che lo stesso Kohl fece pressioni, personalmente, per
allontanare dal governo i funzionari come Galloni, che i “titoli di
coda” per l’
economia
nazionale li avevano già visti alla fine degli anni ‘80. Fino a qualche
anno fa, il fatidico meeting del Britannia per la svendita dell’Italia e
la sua deindustrializzazione forzata era relegato tra le pieghe della
letteratura “cospirazionista”, così come le pagine di libri usciti in
questi anni, per esempio “Il golpe inglese”, di Giovanni Fasanella e
Mario José Cereghino (Chiarelettere). A bordo del Britannia nel ‘92
c’era Draghi, allora al Tesoro, poi promosso governatore di Bankitalia e
oggi alla guida della Bce. Ciampi, al vertice della Banca d’Italia
all’epoca del divorzio dal governo, venne eletto addirittura al
Quirinale. Nessi impossibili da ignorare, a proposito di “strano”
declino del made in Italy.
Un altro luogo comune, citato dallo stesso Davanzati che parla di
“ipertrofia” dell’apparato pubblico (in linea con la retorica padronale
di Renzi), riguarda il presunto peso della pubblica amministrazione:
secondo l’
Eurispes,
in Italia si contano 58 impiegati pubblici ogni 1.000 abitanti contro i
135 della Svezia, i 94 della Francia, i 92 del Regno Unito, i 65 della
Spagna e i 54 della Germania. Inoltre, negli ultimi 10 anni l’Italia ha
visto diminuire i propri dipendenti pubblici del 4,7%, mentre tutti gli
altri hanno assunto: +36,1% in Irlanda, +29,6% in Spagna, +12,8% in
Belgio e +9,5% nel Regno Unito. Il pubblico impiego da noi pesa per
l’equivalente dell’11,1% del Pil. Anche in questo caso, la vituperata
burocrazia pubblica italiana si attesta in realtà su numeri tra i più
bassi in Europa: in Danimarca il costo del pubblico impiego è pari al
19,2% del Pil, in Svezia e Finlandia al 14,4% mentre Francia, Belgio e
Spagna spendono, rispettivamente, il 13,4%, il 12,6% e l’11,9% del Pil.
Tutti, ma proprio tutti, più dell’Italia.

Paolo Barnard ha spesso citato analoghe statistiche sul tasso di
produttività: quello dei lavoratori italiani surclassa, storicamente, la
capacità produttiva dei mitici lavoratori tedeschi. Com’è noto, Barnard
si distingue per l’acutezza spietata dall’analisi: il sabotaggio dell’
economia
italiana a vantaggio dell’élite finanziaria straniera, con la
necessaria complicità di “collaborazionisti” nostrani ricompensati con
carriere d’oro, si sviluppa negli ultimi decenni in perfetta
ottemperanza del famigerato “Memorandum” di Lewis Powell, l’avvocato di
Wall Street incaricato già all’inizio degli anni ‘70 di stilare un vademecum per consentire agli oligarchi di liquidare la sinistra negli
Usa
e in Europa. Istruzioni eseguite alla lettera: “comprare” i leader di
partiti e sindacati per indurli a varare norme contro i lavoratori,
infiltrare università, giornali, televisioni e sistema editoriale per
forgiare il dogma del pensiero unico neoliberista, cioè la fine dello
Stato sovrano, la Costituzione democratica nata dalla Resistenza per
tutelare i cittadini con pari diritti e pari opportunità.
Con Renzi siamo all’atto finale, la privatizzazione universale definitiva. Non manca chi invoca una
politica
diversa e magari salari più alti. Già, ma con che soldi? Senza più
moneta sovrana, lo Stato ora è in bolletta ed è costretto a
super-tassare: lo Stato “risparmia”, quindi condanna aziende e famiglie.
Siamo arrivati al puro delirio del pareggio di bilancio: lo Stato
ridotto a colonia, impossibilitato a spendere, costretto a restituire
ogni centesimo e con gli interessi, come se non fosse più un ente
pubblico ma una semplice azienda privata, una normale famiglia alle
prese con un debito contratto con la banca. Eppure, il mainstream
continua a trascurare la portata termonucleare dell’euro-cataclisma, la
fine dell’interesse pubblico, la morte clinica degli investimenti capaci
di produrre occupazione. E in pieno 2015 preferisce continuare a
parlare di errori, ataviche pigrizie e imperdonabili miopie nella
piccola e provinciale Italietta, incapace – per tara genetica – di
sviluppare una seria
politica industriale.
fonte:
http://www.libreidee.org/2015/05/maastricht-non-ci-risulta-la-rovina-dellitalia-siamo-noi/
Nessun commento:
Posta un commento