Una bella guerra mondiale, frontale, a suon di testate nucleari, oppure differita, a rate, in più scenari, come quella già in corso, con epicentro il Medio Oriente. Secondo Aldo Giannuli, è l’unica via d’uscita “tecnica” alla cosiddetta crisi della finanza pubblica, quella degli Stati con i conti in rosso, dopo che hanno permesso alla finanza internazionale di speculare sui debiti pubblici, un tempo “sovrani”. Come si sa, Mario Draghi ha scelto la strada del rimedio estremo: prestiti a interessi zero in rate da 80 miliardi al mese, nella speranza di riattivare il ciclo fatto di consumi, profitti, investimenti e occupazione.
Ma sarà solo una breve tregua passeggera, «perché i signori banchieri (e finanzieri in generale) continueranno ad investire il denaro in altri impieghi finanziari, concedendo i crediti per aziende e famiglie con il contagocce e comunque con interessi esosi. E questo – sostiene Giannuli – per la semplice ragione che nelle attuali condizioni dei “mercati” finanziari (se è lecito chiamare “mercati” le bische) il denaro tende a non uscire dal gioco finanziario», impedendo così all’economia reale di riprendersi.
Il segnale è l’assenza di inflazione in presenza di immissione di liquidità: una sindrome economica ben nota, chiamata “momento Minsky” dal nome dell’economista che la analizzò. «Nel tempo della globalizzazione neoliberista, il denaro tende stabilmente a non uscire dai circuiti finanziari, con la conseguenza che le immissioni di liquidità non fanno che gonfiare la bolla credito-debito attraverso il meccanismo degli interessi. Ma con una deadline: i crack a catena dei più deboli quando risulti loro impossibile pagare gli interessi, perché la loro esposizione scoraggia anche l’investitore più spericolato a rifinanziare il debito in scadenza».
Viceversa, senza più alcun controllo sulla moneta, sul bilancio statale e sul debito pubblico, lo Stato (nel caso dell’Eurozona) è costretto a una iper-tassazione che deprime l’economia, stronca i consumi e gonfia ulteriormente il debito, visto che in un paese impoverito cala di continuo il gettito fiscale – e non “malgrado” i tagli, ma proprio grazie ad essi (la compressione della spesa pubblica danneggia anche l’economia privata). Per Giannuli, in realtà, l’unica opzione davvero sul tappeto è la peggiore, quella cioè di «una guerra generalizzata», perché proprio il conflitto «è un grande consumo di risorse a fondo perduto e impone una ricostruzione che risucchia risorse finanziarie».
Guerra, dunque. «Che poi il conflitto debba avvenire in forme classiche e come conflitto generalizzato fra grandi potenze, con uso o meno di armi nucleari a bassa intensità, o, piuttosto, attraverso un a generalizzazione dei punti di crisi fra piccole e medie potenze o di guerriglie o guerre “anfibie” o forme di guerra coperta (come nel caso di Daesh), questo è altro discorso». Ma quel che conta è che «la permanenza dell’iper-capitalismo finanziario è orientato in questa direzione». Draghi riuscirà a tappare la falla e guadagnare una manciata di mesi, forse addirittura un paio d’anni?
Possibile. «Ma quando la scadenza si ripresenterà avremo finito le munizioni: infatti, dopo una bordata del genere ed a interessi zero c’è solo il passaggio agli interessi negativi, ma, anche questo non correggerebbe i comportamenti». E di fronte a tutto questo «c’è una protesta popolare sacrosanta ma che non trova altro sbocco che l’impotente scelta populista». Chi manca all’appello? La sinistra, cioè «una vera sinistra che non sia quella dei lacchè socialdemocratici o dei retori parolai alla Tsipras, Vendola o Ferrero».
fonte: http://www.libreidee.org/2016/03/da-draghi-carta-straccia-conti-azzerati-solo-con-una-guerra/
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