Il pomeriggio del 2 dicembre Ivan Illich è passato serenamente dal sonno all'eternità. D'ora in poi, è morto.
Scrivo «d'ora in poi» perché da anni allorché pronunciavo il suo nome i
miei interlocutori immancabilmente mi chiedevano la data della sua
scomparsa. È morto, e possiamo augurarci che la sua opera completa sia
oggetto di una nuova edizione, che consentirà agli uni di scoprirla e
agli altri di rivisitarla.
Opera impegnativa, rigogliosa, spiazzante, poco
classificabile, a immagine e somiglianza del suo autore, che ben di rado
si trova là dove ci si aspetta di vederlo.
Piuttosto alto, magro, uno sguardo invitante, un sorriso caloroso, un
profilo dai tratti delicati, tranne che dal lato di quell'impressionante
escrescenza che gli sfigurava il volto, Ivan Illich sapeva metterti a
tuo agio. Una volta scambiate le prime parole sulla vita di tutti i
giorni, il suo pensiero si attivava, seguiva il ritmo della sua parola e
ti colmava della sua intelligenza. Parlava degli «umori» di un medico
tedesco del XVIII secolo, risaliva ad Aristotele, faceva una deviazione
su Diderot e Lavoisier, evocava Claude Bernard, indugiava su Balint,
ritornava al suo medico tedesco e si interrogava, ad alta voce, su
diagnosi, consulto, espropriazione di sé da parte di un altro - il
medico - rifiuto del dolore e descriveva con precisione l'apparato
ospedaliero attuale, rimettendo in gioco, strada facendo, alcune delle
sue analisi, già datate, che si trovano in Nemesi Medica.