martedì 6 gennaio 2015

Patrimonio o reddito?

patrimonio

L’annoso problema sull’equità della riscossione fiscale dello Stato è fatalmente posto in questi termini: è più giusto tassare il reddito o il patrimonio? In altre parole, è giusto colpire quanto un cittadino già possiede o quanto ricava dal frutto del proprio lavoro?

Si dirà che, nell’incertezza, lo Stato italiano abbia scelto di tassare entrambi, ed è fuor di dubbio che la pressione fiscale, nel nostro Paese, sia tra le più alte al mondo, alibi assai diffuso tra coloro che, potendolo fare, evadono in parte o del tutto le tasse.

Tuttavia, un esame appena più attento della composizione della ricchezza delle famiglie permette di fare qualche riflessione forse non inutile.

Sono disponibili, come punto di partenza, i dati del Congressional Budget Office statunitense, relativo ai redditi americani del 2010. Semplificando un po’ grossolanamente, possiamo dividere la popolazione di quel Paese in ricchi, in classe media e in redditi modesti o poveri. Dai dati, però, emerge che

 l’1% (ricchi) ha un reddito disponibile pari al 20% di quello prodotto in tutti gli USA;
il 60% (classe media) ha il 45,7%;
il 29% (redditi modesti o poveri) ha il 34,3%.

È appena il caso di notare che il terzo gruppo, pur essendo quasi 30 volte più numeroso del primo, è vicino all’avere un reddito di soli una volta e mezza.

Ma è il dato della classe media che è il più interessante per il nostro discorso, anche perché è più comparabile alla situazione italiana.

In Italia, infatti, si ha una percentuale record di proprietari di case, il 69% delle famiglie, come in quasi nessun altro Paese europeo; siamo superati soltanto da Slovacchia, Spagna e Slovenia, mentre distanziamo i famosi tedeschi (fermi al 44,2%). Questo dovrebbe ascrivere quasi automaticamente ai vari livelli della classe media tutti i proprietari immobiliari, e infatti tali sono considerati dal Fisco. Pur in presenza di una quota assolutamente anomala di case abusive che, per definizione, sfuggono alle tasse, l’abitazione è perciò considerata una fonte sicura da cui attingere risorse fiscali. Se è di proprietà, essa viene anzi considerata, non soltanto un patrimonio, ma anche un reddito, in quanto, si ragiona, essa è una mancata spesa e, dunque, concorre a formare il reddito di una famiglia o di un singolo.

Qui iniziano in realtà i problemi: questo preteso reddito dovrebbe essere calcolato con un po’ più di finezza, di quanto non appaia a prima vista. La “mancata spesa” è, in realtà, assai parziale. Infatti, l’inquilino di una casa d’affitto vede le spese condominiali divise tra sé e il proprietario, mentre chi vive nel proprio le paga per intero; inoltre, l’inquilino non paga ovviamente tasse sulla casa, mentre chi vive in proprio la deve (meglio: dovrebbe) inserire nella propria denuncia dei redditi e pagare la proporzionale quota di tasse.

Come si vede fin da subito, questo ipotetico reddito si riduce rapidamente.

Assai più drammatica è la seconda considerazione: le tasse sulle case sono imposte a redditi che, in molti casi, non sono mai stati in grado di acquistarle perché esse derivano da eredità di quella generazione, ormai purtroppo in via di estinzione, che era attiva al tempo del “boom” economico italiano e che, in quel periodo, è stata in grado di assicurarsene il possesso, trasmesso, poi, alla generazione successiva: chiedere a questa, che ha redditi erosi da tutti i fattori economici che conosciamo, di pagare come se fosse in grado di acquistarle ora è, oltre che un paradosso, ciò che non si è, prima, esitato a definire un dramma. Dramma che rischierà di diventare autentica tragedia quando i sessantenni di oggi lasceranno a loro volta in eredità la casa di famiglia a una terza generazione avviata al precariato. Non è certo un caso che, a oggi, soltanto il 4% dei minori di 30 anni sia intestatario di un immobile (e da questo 4% occorrerebbe sottrarre la certamente alta percentuale di chi lo si è visto intestare dai genitori per ottenere sgravi o, meglio, non aggravi fiscali).

Sembrano cioè finiti (per sempre?) i tempi in cui valeva quanto affermato dall’articolo 47 della Costituzione, che recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”. Elemento, quest’ultimo su cui ritorneremo.

Una tenace convinzione sembra però lasciare uno spazio di privilegio a questi proprietari d’immobili: si è sempre detto che il grande vantaggio nell’investire in case è che esse si rivalutano nel tempo e rappresentano perciò la certezza di poter rientrare del loro costo, aggiornato al momento della vendita.

Siamo certi che sia così? Lasciamo perdere i rischi geologici, anche se, ormai, essi mostrano di poter (giustamente) colpire ovunque si siano ignorate le più elementari prudenze nel concedere licenze edilizie. Consideriamo soltanto fattori meno aleatori e meno catastrofici.

Nelle grandi città, il valore degli immobili può subire perdite anche molto importanti quando il quartiere in cui sorgono va incontro a degrado umano, per i più svariati motivi, o anche soltanto alla percezione di tale degrado. Se non vogliamo essere ipocriti, dobbiamo dire, benché ripugni, che i quartieri in cui si attui o si percepisca un aumento esponenziale di presenze non italiane vedono i prezzi degli immobili diminuire vistosamente e, in certi casi, precipitare.

Ma la mutata economia del nostro Paese fa pure la sua parte: grandi e medie aziende hanno lasciato l’Italia e la perdita di occasioni di lavoro in un paese o in un quartiere fa sì che essi siano meno appetibili e, dunque, per un’elementare legge di mercato, perdano quotazioni le case che li compongono.

Basta addirittura, a volte, il dirottamento altrove o la “razionalizzazione” (leggi: diminuzione) dei trasporti, per condizionare le richieste e, dunque, i prezzi, così come, d’altra parte, la realizzazione di una linea di metropolitana può vivacizzarli altrove.

Ecco che il mattone non è più quel bene-rifugio che rappresentava per i nostri padri, mentre noi, dai trenta ai sessant’anni, poniamo, veniamo tassati per beni che, lo si ripete, non potremmo mai permetterci di acquistare.

Anche il risparmio amministrato è spesso originato da eredità dello stesso tipo di quello immobiliare. Innalzarne la tassazione dal 20 al 25%, per allinearla alla media dell’Unione Europea riduce l’incentivazione a immobilizzare questi capitali e dovrebbe invece dirigerli in parte sui BoT, ormai difficilmente collocabili a così bassi tassi d’interesse ma su cui la pressione fiscale è ridotta al 12,5%, e indirizzarli anche in parte in attività produttive.

Ancora una volta, il calcolo è strettamente ragionieristico e non fa alcun conto della tipologia di risparmiatori: a parte i grandi patrimoni, coloro che hanno quattro fondi di investimento lasciati da una generazione precedente non hanno e non possono certo improvvisare uno spirito imprenditoriale. Quali altre collocazioni possono costoro immaginare? L’apertura di aziende? L’ingresso diretto (e non, appunto, attraverso la competenza di fondi di investimento) nell’azionariato di multinazionali? È ridicolo il solo pensarlo, irrazionale il farci conto e disastroso il provocarlo.

Tassare quindi i redditi? Tassarli in forma progressiva, aumentando l’aliquota in modo coraggioso, con l’aumentare dell’importo? Il reddito, infatti, mi viene oggi; è il mio attuale potere d’acquisto che non verrebbe diminuito in modo sensibile (deprimendo i consumi) anche se fosse tassato in modo severo, al di sopra di cifre mensili che altri impiegano anni a guadagnare.

“Sarebbe”, “fosse”: non dimentichiamo che l’1%, sia pure negli USA, guadagna poco meno di quel 60% di chi già non è povero: non sarà che managers e presunti tali, divi e dive, malavitosi e loro fiancheggiatori occulti hanno il potere economico per, ancora e sempre, spostare la pressione fiscale sul pensionato di oggi che vive nella casa comprata quarant’anni fa dai propri genitori?


-Sergio Calzone-


fonte: http://www.articolotre.com/2015/01/patrimonio-o-reddito/

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