
Il principale processo storico che sta segnando il nuovo secolo, cioè
lo spostamento del baricentro geopolitico dall’Atlantico al Pacifico,
condanna l’
Europa
a diventare sempre più periferica. La crescente proiezione
internazionale di una Cina punta chiaramente a diventare potenza navale
oltreché commerciale, in Estremo Oriente ma anche in direzione
dell’Africa e del Medio Oriente. Questo impegnerà direttamente gli
Usa
e li obbligherà ad una scelta fondamentale: Cina o ancora Giappone,
come alleati strategici? Certo, Russia e India non staranno a guardare.
E’ questo lo scenario nel quale Gaetano Colonna invita ad analizzare la
grande
crisi
che sta travolgendo l’Eurozona. Se il vecchio continente perde terreno
nel forziere petrolifero mediorientale, l’influenza cinese continua a
crescere in teatri strategici per gli Stati Uniti, dall’Iran al Pakistan
fino al continente nero, che rappresenta un’enorme riserva di materie
prime e terre coltivabili.
Di conseguenza, osserva Colonna su “
Clarissa”, torna alla ribalta il ruolo del Mediterraneo: decisivo snodo geografico e culturale tra Africa, Vicino Oriente ed
Europa,
il “mare nostrum” «diverrà, se possibile, ancora più rilevante di
quanto non lo sia già stato dalla fine del XIX secolo, quale linea di
comunicazione vitale per gli imperi anglosassoni, oltreché frontiera fra
il Nord ed il Sud del mondo». Di recente, il protagonismo neo-coloniale
della Francia (appoggiato da
Usa
e Israele) ha relegato l’Italia a «alla semplice condizione di
piattaforma logistica dei grandi alleati occidentali». Ma se l’Occidente
deve comunque fare il conti con la Cina, questo influisce anche sul
nuovo ruolo della Russia di Putin, la cui condizione ricorda quella
dell’impero zarista di cent’anni fa, schiacciato a oriente dalla potenza
giapponese e ad occidente dall’impero germanico.

Oggi, riconosce Colonna, la
politica estera russa ha costruito un asse preferenziale con la Cina, dato che in Occidente la pressione della Nato e degli
Usa non si è minimamente allentata, né l’Unione Europea ha saputo smarcarsi dalla vecchia
politica
atlantica ereditata dalla guerra fredda. Smaltita la «passeggera
ubriacatura filo-occidentale» del disastroso governatorato di Eltsin,
«pur non perseguendo più una
politica
da superpotenza» la Russia post-sovietica «non rinuncia al suo ruolo di
grande potenza sullo scenario mondiale», e per questo non rinuncia «ad
una propria forte capacità militare, in grado di tutelare i propri
fondamentali interessi strategici». Ora, alla luce della nuova
gravitazione del mondo sull’Oceano Pacifico, si tratta di vedere se la Russia di Putin «seguirà la propria vocazione asiatica oppure quella europea».
E’ davvero singolare, osserva Colonna, che l’
Europa
«continui a seguire pedissequamente i desiderata americani, rivolti ad
isolare la Russia sul piano internazionale, invece di perseguire una
propria assai più realistica
politica
di avvicinamento ed integrazione con il grande paese che costituisce la
sola efficace copertura del nostro continente rispetto a qualsiasi
ambizione cinese». Ma il peggio è in assoluto l’Italia: ancora una
volta, il nostro paese si “scopre” collocato – dalla geografia e dalla
storia – al crocevia delle forze da cui dipende il futuro del pianeta,
ma le classi dirigenti italiane non se ne sono accorte. In loro c’è una
«evidente mancanza di coscienza» dell’importanza geopolitica dello
Stivale. E questo è «uno dei fattori più gravi e preoccupanti della
nostra attuale condizione storica». Colonna la definisce «devastante
pochezza» di uomini «privi di un sentire vivamente operante e non
retorico per la patria». Mezzi uomini, «colpevolmente ignari delle prove
che anche l’Italia si troverà presto a dover affrontare».
Là fuori, infatti, impazza la grande
crisi: ci si muove tra macerie economiche, provocate dall’oligarchia finanziaria che ha devastato la “
democrazia del lavoro”. «La lezione del 2007-2008 non è stata compresa: basterebbe questa affermazione per definire lo scenario dell’
economia
mondiale dei prossimi mesi e anni», sostiene Colonna. «I grandi centri
finanziari mondiali, che elaborano le strategie sistemiche dell’
economia mondiale, dimostrano di non volere e di non potere rinunciare all’orientamento speculativo che è insieme all’origine della
crisi
che ha investito il sistema-mondo nell’ultimo quinquennio». Questa
avidità cieca è anche «il fondamento stesso del potere dei “padroni
dell’universo”, come questi oligarchi amano definirsi». Lo dimostra il
fatto che «nessuna delle regolamentazioni statunitensi o europee ha
affrontato le tre questioni che avrebbero dovuto essere preliminari
all’adozione di qualsiasi modalità di risoluzione della
crisi». Ovvero: paradisi fiscali,
finanza speculativa fuori controllo e agenzie di rating che si fingono soggetti terzi, ma sono in realtà pilotati e pienamente complici dei grandi speculatori.

L’Occidente ha risposto in un solo modo, cioè tutelando i monopolisti del crimine finanziario: negli
Usa coi salvataggi delle banche “troppo grandi per fallire”, tenute in piedi coi dollari della Fed, e in
Europa spremendo senza pietà paesi interi, con super-tasse e
tagli
selvaggi alla spesa vitale, cioè “fiscalizzando” le rovinose perdite
del sistema finanziario internazionale, il cui conto viene fatto pagare
ai lavoratori. Nessuna alternativa in campo, finora, «per il semplice
fatto che, da oltre mezzo secolo, sono i centri finanziari mondiali a
condizionare gli Stati-nazione dell’Occidente, grazie alla formazione di
una vera e propria classe dirigente internazionale che occupa con
continuità le posizioni chiave, indipendentemente dalle alternanze di
governo e dalle competizioni elettorali». Classe dirigente «cui viene
affidata la puntuale esecuzione di strategie economiche, monetarie e
legislative costruite a livello globale». Si tratta di «una vera e
propria oligarchia economico-
politica internazionale, che ha progressivamente svuotato di significato la
democrazia
parlamentare occidentale», visto che il popolo è stato privato della
sua prerogativa essenziale (la sovranità) e anche della sua principale
forza
politica (il lavoro).
La finanziarizzazione dell’
economia ha infatti trasformato i sistemi industriali, togliendo al lavoro ogni potere contrattuale: dagli anni ’80 la
finanza
controlla le aziende, i cui pacchetti azionari sono diventati “merce”
sui mercati finanziari mondiali, distogliendo il management dall’
economia
reale, cioè strategie produttive e commerciali. Conseguenza: progetti
dalla vita sempre più breve, anziché investimenti, ricerca e sviluppo.
Da parte della proprietà industriale, si è così «accentuata la tendenza a
servirsi degli utili per entrare nel grande gioco finanziario,
piuttosto che reinvestire nel futuro delle imprese». Per questo, oggi, i
grandi gruppi bancari «preferiscono investire i generosi aiuti ottenuti
a spese della collettività nell’acquisto di titoli di Stato piuttosto
che nel credito alle Pmi». E il peggio è che tutto questo è avvenuto nel silenzio generale della
politica, incapace di elaborare un’alternativa «ai dogmi dell’
economia speculativa».

Risultato: «Si è persa l’occasione per prendere coraggiosamente atto della
crisi
come di un evento globale e non contingente, esigendo quindi, da parte
delle classi dirigenti, un radicale mutamento di rotta». Pre-condizione:
l’emancipazione dell’
economia
reale. «Imprenditori, lavoratori e consumatori» dovrebbero cioè
liberarsi «dal controllo dell’oligarchia finanziaria e dalla
strumentalizzazione
politica dei partiti», prendendo il mano «istituzioni autonome dell’
economia
reale», in grado di «esigere il controllo, per esempio, della moneta e
del credito». Inoltre, la crescente consapevolezza dei “limiti allo
sviluppo” «impone anch’essa che le forze dell’
economia
reale, piuttosto che rincorrere le asticelle statistiche della
“ripresa”, si impegnino a riorganizzare la produzione», in tutti i
campi: energia, tecnologia, servizi, beni di largo consumo. Servono
«prodotti a basso impatto, recuperabili, di elevata qualità e durata».
In sostanza, per Colonna, serve una nuova alleanza strategica:
imprenditori, lavoratori e consumatori devono accordarsi per sconfiggere
la
finanza parassitaria, e quindi «liberare l’
economia dal peso congiunto del debito e della speculazione, realizzando quella
democrazia del lavoro senza la quale la
democrazia politica è ormai divenuta un guscio vuoto».
fonte:
http://www.libreidee.org/2014/01/via-i-parassiti-della-finanza-e-avremo-ancora-un-futuro/
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