C’è futuro e futuro, naturalmente. Ben diverso, ad esempio, è il futuro di Djarra, che oggi fa l’agricoltore alle porte di Torino, adottato da una manciata di buoni uomini: i ragazzi documentaristi della BabydocFilm, che da semplici passivi testimoni di una storia si sono trasformati in attivi supporter di un’esistenza umana; poi il parroco di Moncalieri, che gli ha provveduto un alloggio decoroso; e infine Carlo, l’imprenditore agricolo, che ha messo sotto contratto il profugo, un ragazzo sui vent’anni che però – ufficialità dei documenti a parte – non è così sicuro di conoscere il giorno esatto in cui nacque, nel villaggio della Costa d’Avorio da cui partì giovanissimo per imparare in Mali il mestiere di fabbro, e poi in Libia quello di saldatore di condotte petrolifere, prima di finire su un barcone per Lampedusa, pieno di lividi, severamente punito dalla polizia per essersi rifiutato di combattere per Gheddafi. Oggi Djarra coltiva ravanelli e la domenica gioca a pallone coi suoi compagni di avventura. Sa che probabilmente non potrà mai più rimetter piede né in Libia, né in Mali, né in Costa d’Avorio. Ma sa anche di aver incontrato persone che gli hanno aperto la porta, vedendo in lui nient’altro che se stesse, imprigionate nel film sbagliato.
Immaginare che la storia sia immune da infarti catastrofici è davvero illusorio: la storia – sempre per citare il poeta ligure – “non si snoda come una catena di anelli ininterrotta”. E a volte lascia sottopassaggi, cripte, buchi. Uno di questi, nel 1986, fu tappato – letteralmente – da un eroe dell’Unione Sovietica, o meglio dell’umanità. Era il capitano Anatolij Grishenko, il pilota elicotterista che – volontario – si immolò, ben sapendo di andare incontro a una morte certa e dolorosissima, per gettare le prime tonnellate di cemento nella bocca del vulcano radioattivo di Chernobyl. Ne parlò, con ammirata venerazione, un intellettuale non certo tenero coi sovietici come Guido Ceronetti. Qualcuno di noi, a volte, è capace di gesti destinati a parlare ai molti, e per molto tempo. Gesti che suggeriscono la possibilità di una salvezza, anche nella più fonda tenebra. E sono sempre gesti disarmati, nonviolenti: come la solitaria impresa di Luca Abbà, arrampicatosi su un traliccio in valle di Susa, per resistere – simbolicamente e fisicamente – a quella che riteneva e ritiene un’occupazione abusiva, inaccettabile, scandalosamente ingiusta.
Solo ora si delineano le dimensioni planetarie del conflitto in corso, e senza che la maggior parte della popolazione ne abbia piena coscienza. Siamo in guerra, dicono ormai in molti, e stiamo per precipitare in un’apocalisse che minaccia di spazzare via secoli di civiltà. Sembra vincere, ancora una volta, la legge della paura, quella che degrada gli esseri umani al rango di nemici. Eppure, da qualche parte, deve pur esserci ancora – in qualche hangar dimenticato – il vecchio elicottero di Anatolij Grishenko.
(Giorgio Cattaneo, “Ribellarsi alla disciplina della paura”, da “Megachip” del 15 agosto 2013).
http://www.libreidee.org/2013/08/esseri-umani-non-nemici-rifiutare-la-disciplina-della-paura/
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