Il sacchetto si apre con un fruscìo. L’aroma di carne afumicata sale nel naso. Ed eccole, le allettanti patatine: sottilissime, vaporose, spolverizzate di rosso. Appena la prima tocca la lingua, in bocca si difonde un piacevole gusto salato, che però svanisce rapidamente. Cric, croc. Si scioglie in bocca, e in un attimo è già finita. Resta solo un leggero retrogusto. E la voglia di mangiarne ancora. La mano corre di nuovo al sacchetto.
Milioni e milioni di persone ogni giorno cedono alla
tentazione degli snack a base di patate. Ma nessuna ha idea di quanti
studi si nascondano dietro a questa semplice esperienza, a cui spesso
non riesce a resistere neanche chi sa benissimo che le patatine fritte
sono uno dei cibi ipercalorici più malsani. I tedeschi ne consumano
quasi 400 milioni di confezioni all’anno. Perché perdiamo tanto
facilmente il senso della misura quando ci mettono sotto il naso un
sacchetto di patatine fritte? Non può dipendere dalle patate: finora
nessuno ha mai sentito parlare di orge a base di patate sbucciate. E poi
le patatine fritte confezionate hanno poco a che fare con le patate
vere. Nel processo di produzione, quasi nulla è lasciato al caso: sono
un prodotto artificiale raffinato che grazie a una serie di trucchi
induce le persone a mangiarne il più possibile e il più spesso
possibile.
Prendiamo
per esempio il concetto scientifico di “punto di rottura”. Le industrie
alimentari hanno scoperto che la maggioranza dei consumatori preferisce
una patatina che si spezza sotto una pressione di 276 millibar. È così
che il croc dà il massimo del gusto e fa venir voglia di mangiare subito
un’altra patatina. Anche il fatto che il boccone si disfi all’istante,
dissolvendosi sotto i denti, è frutto di un calcolo. Tutti infatti
tendiamo a credere che un cibo che si scioglie rapidamente sulla lingua
contenga poche calorie. E così sgranocchiamo una patatina dopo l’altra
fino a vuotare il sacchetto.
Poi
ci sono le sostanze che servono da esca per il cervello. Per esempio
un’abbondante dose di sale sulla superficie di certi alimenti attiva il
meccanismo neuronale della ricompensa. “Bliss point” ovvero
di beatitudine è il nome che le aziende danno alla dose di sale che
procura il massimo “sballo”. L’amido, un tipo di zucchero che fa
aumentare e poi rapidamente scendere la glicemia, aumenta l’appetito.
Infine c’è il grasso, di cui le patatine sono imbevute: è quello che
procura la piacevole sensazione vellutata in bocca.
Non
si può rimproverare l’industria alimentare se cerca di rendere
appetitosi i suoi prodotti o di incoraggiarne il consumo: è la legge del
mercato. Ma c’è da chiedersi se questa politica non vada limitata in
qualche modo. Che dire dei produttori che mettono a rischio
intenzionalmente, o addirittura dolosamente, la salute dei consumatori,
lanciando sul mercato prodotti che creano dipendenza? Che fare quando
gli scienziati arrivano alla conclusione che il consumo di massa di
alimenti industriali a basso prezzo ha provocato la più grande crisi
sanitaria del nostro tempo?
Gli
scandali alimentari che recentemente hanno scosso la Germania – la
presenza di carne di cavallo in certe marche di lasagne, l’imbroglio
delle uova “biologiche”, l’aggiunta di enzimi ricavati dall’Aspergillus,
un fungo tossico, ai mangimi per l’allevamento – pongono al centro
dell’attenzione un’industria potente e globalizzata. La carne avariata
nel kebab, il finto prosciutto sulla pizza, le sostanze chimiche
cancerogene nelle patatine fritte: quando si scoprono queste cose,
l’opinione pubblica protesta. Ma nel giro di qualche giorno l’agitazione
si placa. E la grande abbufata continua.
Ora
però sembra che la situazione stia cambiando. Sta nascendo un movimento
internazionale, a cui partecipano medici, nutrizionisti, psicologi e
associazioni per la tutela dei consumatori, che vuole mettere al centro
dell’attenzione un tema molto più importante.
Secondo
gli esperti di salute, il vero problema non sono né le sofisticazioni
alimentari né le singole sostanze nocive, ma il generale aumento di peso
delle persone. Gli scienziati lo dicono chiaramente: le patatine piene
di grasso, le bevande gassate zuccherate e i prodotti alimentari troppo
raiffnati non sono diversi da altri due veleni altrettanto piacevoli e
onnipresenti, il tabacco e l’alcol.
Nel
suo nuovo libro “Salt sugar fat: how the food giants hooked us”, appena
uscito negli Stati Uniti, il premio Pulitzer Michael Moss descrive
tutti i trucchi con cui le industrie alimentari spingono le persone a
mangiare sempre di più, fino ad ammalarsi. I giganti dell’alimentazione,
spiega Moss, conoscevano gli effetti devastanti dei loro prodotti sulla
salute dei consumatori, e se ne sono infischiati. Moss ha ricostruito
un incontro che si svolse l’8 aprile 1999 nel quartier generale della
Pillsbury, a Minneapolis.
C’erano i capi dei più grandi gruppi del
settore: Nestlé, Kraft, Coca-Cola, Mars, Nabisco, Pillsbury, General
Mills e Procter & Gamble. L’argomento all’ordine del giorno era
l’allarmante aumento dell’obesità nei bambini. Michael Mudd, uno dei
vice-presidenti della Kraft, andò subito al sodo: “Non ci sono risposte
semplici alla domanda su cosa debbano fare i responsabili della salute
pubblica per arginare il problema, né su cosa debba fare l’industria
alimentare se altri la accuseranno”. Solo una cosa è certa, concluse,
“non possiamo non fare niente”. Alla fine del suo intervento Mudd
propose di limitare l’impiego di sostanze dannose per la salute e
ripensare le strategie di marketing delle aziende alimentari. Ma il suo
appello incontrò un netto rifiuto, e la riunione si concluse con un
nulla di fatto.
Irresistibili
A
14 anni di distanza, nel febbraio del 2012, la rivista scientifica The
Lancet ha pubblicato uno studio condotto da un’équipe internazionale di
epidemiologi. I risultati sono agghiaccianti: gli impegni presi
dall’industria alimentare, le tante buone intenzioni, non sono serviti a
nulla. Come spiega Rob Moodie dell’università di Melbourne, che ha
guidato la ricerca, sperare che le aziende fabbricassero prodotti più
sani e si occupassero del benessere e dell’indice di massa corporea dei
consumatori è stato come “chiedere a dei ladri d’appartamento di montare
la serratura”. Finora la potente lobby del settore alimentare è
riuscita a soffocare sul nascere i tentativi dei politici europei e
statunitensi di proteggere i cittadini dall’invasione di calorie
promossa dall’industria alimentare con l’aiuto di leggi o regolamenti.
Associazioni per la difesa dei consumatori, aziende sanitarie e pediatri
hanno preteso invano che i cibi dannosi per la salute fossero almeno
contrassegnati in modo chiaro.
Intanto
la situazione peggiora: nel 2010 quasi 35 milioni di persone nel mondo
sono morte di malattie non trasmissibili come il cancro, l’infarto e il
diabete. Nello stesso anno il 65 per cento dei decessi era riconducibile
almeno in parte ad abitudini di vita malsane: fumo, alcol, scarso
esercizio fisico, ma anche assunzione di bombe caloriche ad alto tenore
di grassi.
Il
problema è particolarmente grave negli Stati Uniti: un adulto su tre è
obeso, un bambino su cinque è troppo grasso. Gli americani malati di
diabete di tipo 2 sono 26 milioni. Anche in Germania la situazione è
preoccupante: un adulto su cinque e un bambino su dieci sono obesi e
secondo il Robert Koch-Institut, un istituto di ricerca biomedica
tedesco, il 67 per cento degli uomini e il 53 per cento delle donne sono
sovrappeso.
Come siamo arrivati a questo punto?
Che
ruolo ha avuto l’industria alimentare? E soprattutto, come possiamo
evitare la catastrofe? Lo abbiamo chiesto a David Kessler, il giurista e
medico di Harvard che negli anni novanta, quando dirigeva la FDA (Food
and Drug Administration), l’ente statunitense per la tutela della saluta
pubblica, ha condotto una dura battaglia contro le lobby del tabacco e
ha contribuito a negoziare un accordo miliardario tra i produttori di
sigarette e 46 stati americani. Il suo ultimo libro, “Overeating, è un
atto di accusa contro l’industria alimentare.
Oggi
Kessler ha 61 anni e insegna pediatria all’università della California a
San Francisco. Ci accoglie nella sua graziosa villa, in una delle
tipiche stradine ripide del centro di San Francisco, e viene subito al
dunque. Prende un pezzo di carta e con la biro abbozza un grafico del
tema centrale del suo studio, la bulimia. Prende diversi anni e
confronta il peso corporeo e l’età delle persone: nei più giovani la
curva si inarca verso l’alto, proprio come una pancia. “Oggi i ventenni
pesano almeno otto chili in più rispetto a quarant’anni fa”, spiega. “Ho
cercato di capire perché, e come mai molti trovano così difficile
resistere a questo desiderio incontenibile di cibo”.
Per
cominciare, Kessler ha studiato la dieta dell’americano medio. Si è
intrufolato di notte nei ristoranti per frugare nella spazzatura e ha
studiato le etichette dei cartoni vuoti. Così ha capito cosa viene
veramente servito ai tavoli. Si può riassumere in tre parole: sale,
zucchero, grasso. Le stesse tre parole che ha scelto Michael Moss per il
titolo del suo libro. Lo ha scritto dopo quasi quattro anni di
ricerche, centinaia di colloqui con dirigenti e dipendenti di grandi
industrie alimentari, chimici, nutrizionisti, studiosi del
comportamento, esperti di marketing e lobbisti. Con il loro aiuto ha
ricostruito in che modo, nei laboratori delle industrie, in pochi
decenni siano stati creati, a partire da cibi veri, dei prodotti
artificiali pieni di zucchero, sale e grasso. “In realtà volevo scrivere
un libro sullo zucchero, perché lo consideravo l’elemento più dannoso
della nostra alimentazione”, spiega. “Ma nel corso delle ricerche ho
capito che anche il grasso stimola le persone a mangiare sempre di più, e
che forse il sale è perfino più importante per l’industria alimentare”.
Ma
questo basta per spiegare l’epidemia di obesità? In fondo, nella loro
forma pura, né lo zucchero né il sale né il grasso hanno mai mandato in
estasi nessuno. Eppure sembra che la voglia di dolce sia innata: i
neonati reagiscono con piacere quando gli si mette in bocca qualche
goccia di una soluzione zuccherata. Il fenomeno ha una spiegazione
perfettamente logica dal punto di vista della biologia evolutiva: in
natura il sapore dolce contraddistingue soprattutto gli alimenti ricchi
di calorie. E per i nostri antenati era consigliabile mangiare tutta la
frutta dolce che trovavano: era un piacere raro.
Nell’epoca
dell’abbondanza però le cose sono diverse. Esperimenti condotti sui
topi hanno dimostrato che lo zucchero produce nel cervello lo stesso
schema di attività delle droghe che danno dipendenza. Il suo potenziale
di assuefazione non è paragonabile a quello dell’eroina o della cocaina,
ma è sufficiente a far sì che la maggior parte delle persone ceda alle
molteplici e onnipresenti tentazioni del gusto dolce.
Gli
statunitensi consumano ogni anno 58 chili di zucchero a testa, i
tedeschi circa 36, il doppio rispetto alla quantità consigliata dalla
Società tedesca per la nutrizione. L’83 per cento dello zucchero si
nasconde nei cibi precotti. I produttori lo usano non solo perché
stimola l’appetito, ma anche perché, se aggiunto a certe sostanze
aromatizzanti, può sostituire ingredienti più costosi, come la frutta e
la verdura.
Ma
torniamo ai neonati. Difficilmente la somministrazione di una soluzione
salina suscita in loro reazioni entusiastiche, perché il desiderio di
sale si sviluppa con il passare del tempo. Resta il fatto che il cloruro
di sodio è essenziale per la vita: nervi, reni, ossa, ogni cellula del
nostro corpo ne ha bisogno. Il sale che gli esseri umani perdono con il
sudore e con le altre escrezioni (da uno a tre grammi al giorno) deve
essere reintegrato attraverso gli alimenti.
Molto
tempo prima che i supermercati si riempissero di patatine grasse e cibi
pronti ultrasalati, il sale era raro e prezioso: nel medioevo le città
anseatiche costruirono il loro benessere sull’“oro bianco”. Il sale
serviva da moneta (da cui “salario”) e fu una delle prime sostanze usate
per conservare gli alimenti. L’evoluzione ha iscritto questa
predilezione per il sale nei nostri circuiti cerebrali più primitivi. I
nostri antenati, vivendo in un clima caldo, perdevano ogni giorno molto
sale attraverso il sudore, e non sempre riuscivano a reintegrarlo. Ma
l’assunzione di sale stimola la distribuzione della dopamina nel
diencefalo, un effetto che spingeva gli uomini delle caverne a
ricostituire le loro riserve di sale. In altri termini, il nostro corpo
dispone di un sistema di ricompensa che garantisce la nostra voglia di
sale, a volte anche in quantità eccessive. Oggi, infatti, quasi tutti
assumiamo più sale del necessario, e solo il 10 per cento circa del sale
che assumiamo proviene dalla saliera: il resto si annida nel pane e nei
cracker, nelle patatine e nei pasti pronti da scaldare al microonde.
Insomma, nei prodotti di un’industria che ha capito da tempo come trarre
il massimo del profitto da antichissimi istinti umani.
Poi
c’è il grasso, la terza esca usata dall’industria alimentare. Il grasso
in primo luogo fa da veicolo ai sapori, perché molte sostanze
aromatiche sono solubili nei grassi. Se uno schizzo di panna liquida
migliora il gusto di un sugo per la pasta, è per motivi puramente
biochimici. Ma il grasso determina anche la consistenza degli alimenti,
la sensazione che ci danno in bocca. Le persone a cui piace versarsi in
bocca una bustina di zucchero sono pochissime, ma nella giusta
combinazione con il grasso, lo zucchero può diventare irresistibile:
pensate al gelato o alla cioccolata.
In
conclusione, zucchero, sale e grasso dispiegano al massimo la loro
forza d’attrazione quando sono abilmente mescolati tra loro in
combinazioni, quantità e forme diverse. Un esperimento condotto dallo
scienziato Barry Lewin presso la “New Jersey medical school” mostra il
potere di queste sostanze. Lewin ha lavorato su un gruppo di topi di
laboratorio che normalmente smettono di mangiare quando sono sazi.
Quando però, al posto del solito mangime in pellet, gli ha somministrato
un composto cremoso di zucchero e grasso, tutte le dighe sono crollate:
“Non la finivano più di rimpinzarsi”, racconta Lewin.
Il
commento di David Kessler è disincantato: “I cibi industriali sono
composti da tanti di quegli strati di grasso, zucchero e sale, che sotto
è difficile trovarci ancora del cibo vero”. Secondo lui, più questi
cibi sono disgustosi e più è difficile resistergli. Kessler sa di cosa
parla: l’esperimento lo ha fatto su se stesso. Ha comprato dei biscotti
al cioccolato (cioè un concentrato di zucchero e grasso più una presa di
sale) e li ha posati sul tavolo da pranzo davanti a sé. La tentazione
di prenderne uno, racconta, era enorme. Ha resistito per ore, poi ha
lasciato la confezione sul tavolo ed è andato in un caffè vicino a casa
sua. A quel punto, di fronte ai dolci in vetrina, la sua determinazione è
crollata e ha divorato un brownie.
Kessler
si consola con una spiegazione scientifica. Nel cervello abbiamo dei
circuiti – lui li definisce “circuiti della motivazione abituale” – che
si formano quando siamo bambini e sono attivati da specifiche condizioni
che si verificano nell’ambiente. Alcuni cibi sono in grado di
condizionare il nostro cervello come quello di un tossicodipendente. Si
tratta di cibi particolarmente desiderabili che stimolano la produzione
di dopamina. Al punto che dopo un po’ basta vederli perché i circuiti si
attivino. L’unica via d’uscita da questa trappola alimentare, secondo
Kessler, è evitare per quanto possibile l’attivazione di questi
circuiti. Lui stesso, quando va all’aeroporto di San Francisco, si tiene
alla larga dalla tavola calda per non vedere la vetrina dei ravioli
fritti. Sa che se ci si avvicina è perduto: “Un boccone di quella roba
equivale a un istante di beatitudine”, spiega. “Dimentichi ogni stress e
non t’importa più nulla. Un attimo dopo sei lì che ti chiedi: perché
l’ho fatto?”.
Ma
è proprio questa la reazione che l’industria del cibo cerca. Nel suo
libro Michael Moss racconta quanto spendono le industrie per ottimizzare
i loro prodotti. Prendono dei consumatori e li tengono per ore nei loro
laboratori ad assaggiare, gustare, sorseggiare, annusare e palpare.
Ogni loro sensazione viene accuratamente registrata e inserita in un
computer. Poi, con l’aiuto di una procedura statistica detta analisi
congiunta, ottengono la combinazione ottimale tra esaltatori del gusto,
confezionamento e colore del prodotto.
Ma
gli strateghi dell’industria sanno anche che non devono fidarsi delle
prime reazioni delle loro cavie. Non sempre, infatti, quello che gli
piace istintivamente è anche quello che alla fine mangeranno. La regola
generale è un’altra: un prodotto che si vende in grande quantità non può
essere troppo buono. Gli esperti chiamano questa legge apparentemente
paradossale “sazietà sensorio-specifica”. Significa che, quando viene
inondato da stimoli gustativi troppo marcati, il cervello umano reagisce
attenuando il desiderio di ripetere l’assunzione del cibo che li
provoca. Il miglior modo di “ingannare” questa reazione, quindi, è
proporre sapori familiari e non troppo intensi.
Kessler
non ha dubbi sul fatto che i fabbricanti usino questi meccanismi in
modo consapevole: “Il business plan delle moderne industrie alimentari
consiste nel produrre miscele di grasso, zucchero e sale, renderle
disponibili 24 ore al giorno a ogni angolo di strada, e farlo sapere a
tutti con una campagna promozionale basata sulle emozioni”.
Kessler
ha vinto una battaglia molto dura contro l’industria del tabacco. E
pensa che quella contro le multinazionali dell’alimentazione sia
ugualmente dura, anche se in modo diverso: “Il fumo si poteva proibire”,
osserva. “Abbiamo demonizzato il tabacco, ma non si può demonizzare il
cibo”. Kessler spera invece di suscitare nell’opinione pubblica un
grande dibattito sull’alimentazione. “La prima domanda da farsi
dev’essere: quello che mangiamo è davvero ancora cibo? La seconda è:
quali sono i cibi che desideriamo davvero mangiare?”. In altre parole,
qualcosa cambierà solo quando i consumatori impareranno a guardare le
cose da mangiare sotto un’altra luce. È stato così anche per le
sigarette: “Prima vedevamo la sigaretta come un’amica, qualcosa di
desiderabile, sexy e fascinoso. Ora la vediamo come un prodotto mortale,
schifoso, che dà dipendenza”.
Questione di vita o di morte
Secondo
Robert Lustig, un collega di Kessler che insegna pediatria clinica
all’Università della California e a quella San Francisco, suscitare un
dibattito non basta. Nel 2009 Lustig, che oggi ha 56 anni, è diventato
famoso grazie a una conferenza tenuta alla sua università e intitolata
“Zucchero: l’amara verità”. Il video della conferenza è stato visto su
YouTube più di tre milioni di volte. Lustig si presenta al nostro
incontro con una camicia turchese brillante. Mi ha dato appuntamento
alla mensa dell’”Hastings College of Law University”: la frequenta da
quando ha chiesto un anno sabbatico per prendere un master in
giurisprudenza. La specializzazione gli serve per prepararsi alla
battaglia contro l’industria alimentare. “Il punto è: ci sono vie legali
per mettere i bastoni tra le ruote all’industria alimentare? La
risposta è: assolutamente sì”.
Nella
sua tesi, Lustig cercherà di proporre un parallelo con la campagna
contro le sigarette degli anni sessanta. Secondo lui la battaglia contro
l’industria alimentare dovrebbe seguire esattamente il “copione
tabacco”: in entrambi i casi, infatti, si tratta di una questione di
vita o di morte. “Il problema non è che le aziende alimentari mettono
sul mercato prodotti irresistibili”, osserva. “Il problema è che questi
prodotti sono tossici e la gente ne muore”.
Mentre
parla, Lustig si arrabbia. Oggi è particolarmente nervoso, perché tra
ventiquattr’ore presenterà insieme ad alcuni colleghi uno studio che
stabilisce un rapporto epidemiologico tra il consumo di zuccheri e il
diabete. Gli studiosi hanno confrontato la quantità di zuccheri presente
negli alimenti con l’incidenza del diabete in 175 paesi negli ultimi
dieci anni. Risultato: più zuccheri nei cibi hanno determinato ovunque
tassi di diabete più elevati. La sorpresa è che il numero delle persone
obese non c’entra proprio niente. Negli Stati Uniti i disturbi del
metabolismo riguardano più o meno lo stesso numero di normopeso e di
obesi. “Lo zucchero è veleno”, è la sua conclusione: “A prescindere
dalla quantità di calorie”.
Lustig
è un esperto di disturbi ormonali e obesità nei bambini. È molto
preoccupato per il numero crescente dei cosiddetti “grassi di 6 mesi”,
cioè i bambini che sono sovrappeso già al momento di venire al mondo o
quasi. “In molti paesi, il peso dei bambini alla nascita è
signiicativamente più alto rispetto a venticinque anni fa”, spiega.
All’origine del problema, secondo lui, c’è l’alimentazione sbagliata
delle madri. Ma non sono loro a dover finire sul banco degli imputati:
“I consumatori non hanno scelta”, spiega. Sugli scaffali dei
supermercati statunitensi ci sono 60mila prodotti alimentari diversi.
Nell’80 per cento dei casi contengono zuccheri aggiunti. I cibi non
alterati sono rari, e più costosi: “Molte persone semplicemente non
possono più permettersi il cibo vero”.
Poi
c’è l’imbroglio dei nomi degli ingredienti. Negli Stati Uniti ci sono
56 modi diversi per indicare la presenza di zucchero negli alimenti.
“Molti sono incomprensibili, e alcuni addirittura illegali”, dice
Lustig. Cosa sarà mai, per esempio, lo “zucchero di canna evaporato”? Il
produttore dello yogurt Chobani è al centro di una serie di cause
collettive in California e nello stato di New York perché stampa sui
prodotti diciture come queste, che le autorità sanitarie definiscono
“false e fuorvianti”. Nei procedimenti giudiziari, Lustig è intervenuto
in qualità di perito. “I fabbricanti hanno carta bianca”, afferma sempre
più arrabbiato. “Possono mettere nei loro prodotti tutto lo zucchero
che vogliono”. Per cambiare serve la pressione forte e compatta
dell’opinione pubblica: “Anche l’industria del tabacco ha reagito solo
quando non ha più potuto evitarlo”.
Il kebab di Ahmed
Ahmed
giocherella con una bustina di dolcificante e guarda Zehbe pieno
d’aspettativa. “Quando assumiamo più energia di quella che ci serve”,
comincia lei, “aumentiamo di peso. Quindi per perdere peso dobbiamo
eliminare qualcosa”. Il paziente annuisce. Molte persone non bevono
abbastanza: per il buon funzionamento del metabolismo un adulto sano
dovrebbe assumere ogni giorno, per ogni chilo di peso corporeo, 35
millilitri di liquidi privi di zucchero: acqua o tè, ma niente alcol né
succhi di frutta o latte. Ahmed ogni giorno si scola un litro di latte
ed è convinto che contenga soprattutto acqua. “Già”, ribatte Zehbe. “E
al lattosio non ci pensa?”.
E
qui comincia a parlare di grassi: a una donna ne bastano circa 60
grammi al giorno, a un uomo 80. L’olio d’oliva e di colza è buono, i
grassi animali no. Gli insaccati sono da evitare: troppo grassi.
“Buttiamoli nella spazzatura”, esorta Zehbe. Quando comunica ad Ahmed
che dovrà lasciar perdere anche la carne grondante di grasso del kebab,
lui la guarda avvilito. La carne va bene, purché sia magra, gli spiega
Zehbe. La sua regola generale è che ogni giorno si possono consumare
dagli 80 ai 100 grammi di proteine. L’azoto delle proteine viene
eliminato con le urine sotto forma di urea, che aiuta il metabolismo a
bruciare più energia.
Per
finire, Zehbe affronta le sostanze più problematiche: i carboidrati.
Sono generatori di energia che si annidano in molti alimenti. Troppi
carboidrati fanno male, perché il fegato li trasforma in grasso, quello
che poi si accumula sulla pancia. Quindi Ahmed dovrà rinunciare al
muesli, ai dolci e alla Nutella.
Ora
Zehbe passa a spiegare, servendosi dei suoi finti alimenti, cosa si può
mangiare ogni giorno per assumere la giusta quantità di carboidrati: un
panino spalmato di miele, una mela, due patate, una grossa fetta di
pane, un cestino di fragole e, “per il piacere”, un minuscolo pezzetto
di cioccolato. Ahmed non sembra convinto. Come per consolarlo, la
nutrizionista raccomanda al suo corpulento paziente di mangiare verdure,
sia cotte al vapore sia crude. Serve a combattere la fame, spiega, così
come il formaggio quark magro. Mescolato con un po’ d’acqua e messo in
vasetti di vetro, può essere una merenda da portare con sé al lavoro.
Certo,
Ahmed sarebbe meno avvilito se fare la spesa fosse un’impresa semplice.
Se i prodotti nei supermercati non avessero etichette così difficili.
Lo sanno tutti che il riso integrale accompagnato da verdure fresche
cotte al vapore è sano: ma se uno non ha tempo per cucinare? Quali sono i
cibi pronti che contengono solo zucchero, sale e grasso, e quali si
possono definire il male minore? Per esempio, se uno vuole a tutti i
costi fare una colazione a base di cereali, quali scegliere? Esiste uno
yogurt alla frutta che non sia troppo dolce né troppo grasso?
Nel
2006 la Food Standards Agency britannica ha proposto, su incarico del
parlamento, di contrassegnare le confezioni degli alimenti con dei
piccoli semafori per far capire quanto grasso, zucchero e sale
contenessero 100 grammi di prodotto: rosso per una percentuale nociva,
giallo per una media, verde nessun pericolo.
Dopo
alcune esperienze positive nel Regno Unito, anche gli scienziati
tedeschi hanno proposto, nel novembre del 2005, un sistema segnaletico
simile, e hanno invitato la lobby dell’industria alimentare a
partecipare al progetto. Associazioni professionali come quella dei
medici pediatri, organizzazioni di consumatori e i Verdi si sono
schierati a favore dei semafori, e così anche il 69 per cento dei
cittadini interpellati in un sondaggio. Ma Ilse Aigner, la ministra
dell’alimentazione, dell’agricoltura e della protezione dei consumatori,
si è detta contraria, così il problema è stato sottoposto all’Unione
europea. A quel punto associazioni e imprese hanno cominciato a
bombardare gli europarlamentari di telefonate, email e documenti. I
lobbisti hanno sostenuto che i valori limite usati per classificare gli
alimenti erano arbitrari. E alla fine sono riusciti a far respingere la
proposta dei semafori. Oggi in Germania la percentuale di grasso,
zucchero e sale presente negli alimenti è indicata esclusivamente da
numeri.
I marchi della salute
L’esempio
della Finlandia mostra che un sistema di segnalazione può non solo
modificare i comportamenti delle persone, ma forse salvargli perino la
vita. Alla fine degli anni settanta le autorità sanitarie finlandesi
registrarono un numero allarmante di infarti. Da alcuni studi emerse che
l’alimentazione ricca di sale era un fattore di rischio determinante.
Oggi sugli alimenti poveri di sale spicca un cuoricino rosso con la
scritta parempi valinta, “scelta migliore”, mentre gli alimenti ad alto
tenore di cloruro di sodio sono contrassegnati dall’avvertenza
voimakassuolainen (“molto salato”). L’introduzione di queste etichette
ha avuto un successo sbalorditivo: oggi i finlandesi consumano un terzo
di sale in meno rispetto a trent’anni fa e la mortalità per infarto e
ictus è diminuita di circa l’80 per cento.
Invece
in Germania le proposte di introdurre scritte chiare, i divieti di fare
pubblicità ai cibi malsani, di tassarli o di stabilire dei valori
limite per gli ingredienti nocivi si schiantano contro un muro. La lobby
del settore è troppo potente: la produzione e la vendita di alimenti
danno lavoro a circa due milioni di persone, e il giro d’affari
raggiunge i 170 miliardi di euro. Ma i consumatori, turbati dagli
scandali e dai loro problemi di peso, sono diventati più attenti.
L’immagine dell’industria alimentare non è mai stata tanto negativa, e
l’esigenza di chiarezza è sempre più forte.
Stephan
Becker-Sonnenschein è da qualche settimana il principale lobbista del
settore in Germania. Nei suoi uffici ancora spogli in Friedrichstraße, a
Berlino, si occupa di rimettere in sesto la reputazione dell’industria
alimentare. Becker-Sonnenschein è il direttore dell’associazione Die
Lebensmittelwirtschaft (L’economia alimentare), di cui fanno parte sette
delle più potenti industrie del settore. Per questo esperto di
pubbliche relazioni di 56 anni la sua nuova creatura è “una grande
sfida”. Becker-Sonnenschein è abituato alle missioni difficili: è stato
responsabile dell’immagine della Philip Morris (tabacco) e della Rwe
(centrali a carbone). E ha letto sul New York Times un estratto del
libro di Michael Moss. “Molto di quello che scrive si riferisce agli
anni ottanta e novanta”, spiega. Da allora, secondo lui, sono cambiate
molte cose.
Mi
racconta che nel periodo in cui lavorava per la Kraft Foods Deutschland
l’azienda aveva modificato la composizione di 1.500 prodotti. La
Coca-Cola rivendica di aver ridotto il potere calorico della sua
popolarissima bibita del 9 per cento dal 2000. E anche la Nestlé avrebbe
imboccato la strada per diventare un’azienda salutista. Il gruppo
svizzero infatti ha avviato una collaborazione con l’università di
Losanna per creare prodotti salutari, per esempio yogurt contenente
sostanze utili a combattere i sintomi dell’Alzheimer. La Danone,
principale concorrente della Nestlé, ha allo studio un prodotto simile.
Tutti progetti di cui si parla troppo poco, secondo Becker-Sonnenschein.
In realtà, gruppi come Nestlé e Coca-Cola fanno di tutto per
influenzare l’opinione pubblica. Secondo alcune stime la Nestlé spende
circa tre miliardi di dollari all’anno per la pubblicità.
Quando
però si tratta di responsabilità, i manager si tirano indietro. A volte
si presentano con calcoli dei valori nutritivi talmente astrusi da far
credere che anche i cereali da colazione con più zuccheri aggiunti siano
salutari. Altre volte si giustificano dicendo che fanno di tutto per
mantenere in forma i consumatori. La Coca-Cola, per esempio, ha lanciato
la sua Mission Olympic per trovare la città “più attiva” della
Germania. Il portavoce del gruppo ci indirizza da un certo Thomas Bach.
Bach
è presidente dell’Unione tedesca sport olimpici. Dunque è una specie di
alto dirigente dello sport tedesco, e anche una sorta di ambasciatore
della Coca-Cola. “Il nostro obiettivo”, mi spiega, “è promuovere
l’attività sportiva, in collaborazione con i nostri partner Coca-Cola
Deutschland e Samsung. Questo significa incoraggiare la cittadinanza ad
abbracciare uno stile di vita attivo”.
Ma
al tempo stesso l’industria alimentare punta sui giovani, con una
strategia che ricorda quella dell’industria del tabacco. Dai documenti
interni che le multinazionali delle sigarette resero pubblici nel 1998,
si è appreso che le lobby del tabacco avevano congegnato una campagna
pubblicitaria per diffondere il fumo tra i giovani. Anche l’industria
alimentare investe molti soldi per attirare bambini e ragazzi.
L’associazione di consumatori tedeschi Foodwatch ha individuato 1.514
prodotti che nei supermercati sono presentati in modo da attirare i
bambini. Circa il 73 per cento è costituito da merendine piene di
zuccheri o grassi: “I piccoli vengono drogati per far girare la macchina
dei consumi”, afferma il vicedirettore di Foodwatch Matthias
Wolfschmidt.
Dal
punto di vista delle imprese è perfettamente logico. Le ricerche
nutrizionali mostrano che le abitudini alimentari si possono
consolidare: una volta che si è scoperto il sapore di una caramella o di
un cracker al formaggio, gli si resta fedeli.
Lezione di omelette
Alla
Gorch-Fock, una scuola di Blankenese, alla periferia di Amburgo, è
l’ora di educazione civica, eppure si sente il rumore di una centrifuga
per verdure. In cucina una macchina per fabbricare popcorn sputa fuori
le sue palline bianche. La maestra Angela Wöbke-Hasenkamp ha il compito
di insegnare a quattordici alunni di quarta che il gelato alla crema è
fatto solo di zucchero e latte e che la passata di mela fatta in casa è
buona anche senza zucchero. “Molti di questi bambini non hanno mai fatto
neanche un uovo sbattuto”, dice. “Oggi nelle famiglie non si cucina
più”.
“Pasta
e pizza”, risponde una biondina con gli stivaletti argentati a chi le
domanda quali siano i suoi cibi preferiti. È figlia unica, è molto fiera
del suo nuovo iPad mini e scarica da iTunes le canzoni di Pink e di
Psy. A casa sua si cucina poco o niente: la sua esperienza culinaria più
importante, racconta, è stato “mettere il formaggio su una pizza”.
Tutt’altro
che facile, dunque, il compito di Wöbke-Hasenkamp. Oggi la classe
imparerà a fare i popcorn e i muffin alla banana: bisogna pur scendere a
qualche compromesso. “Voglio far capire ai bambini che non va bene
buttar via la roba da mangiare. Per esempio, che le banane, anche un po’
scurite, vanno bene per dolcificare i muffin”.
Se
in un quartiere benestante come Blankenese è difficile far capire ai
bambini cosa significa mangiare sano, figuriamoci quanto dovrà faticare
l’assistente sociale scolastica Jeanette Premper, che lavora alla
Hegelsbergschule di Kassel, nel nord della Germania. Prima che li
portasse in gita in un’azienda agricola, la maggioranza dei bambini non
aveva mai visto una gallina né una mucca. Oggi a lezione si fa
l’omelette con feta, pomodori e spinaci. In uno dei quattro box della
cucina didattica, Emir, Büsra, Max e Kathrin mescolano le uova con il
latte. Un po’ di erbe aromatiche, un cucchiaio d’olio nella padella, e
ci siamo. O no? Quella che ribolle sul fornello somiglia più a una
minestrina all’uovo: i cuochi hanno sbagliato a misurare la quantità di
latte. E alla fine della lezione, più che di erbe aromatiche, la cucina
odora d’uovo bruciato.
“I
bambini devono imparare che nessun piatto riesce perfetto al primo
tentativo”, spiega Premper. La settimana scorsa, però, gli spaghetti al
pomodoro sono venuti subito bene, e il prossimo piatto in menù è la
zuppa di patate. Nel frattempo la maggior parte degli alunni del corso
di cucina ha preso confidenza con i fornelli e prova a cucinare anche a
casa: “Ho fatto la pastasciutta tutto da solo!”, dice Emir, 11 anni. Ma
quando gli chiedo quali altri piatti conosce, risponde tutto fiero: “I
Chicken McNuggets!”.
FONTE: Internazionale numero 993 – 29 marzo 2013
Tratto da lospiritodeltempo.wordpress.com
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