lunedì 10 agosto 2015

L’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita, da vittoriosi a megaperdenti

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Chi avrebbe pensato che saremmo arrivati a questo? Non certo l’amministrazione Obama e i suoi brillanti think-tank di strateghi geopolitici neoconservatori. La brillante proposta “win-win” di John Kerry dell’11 settembre scorso, durante il suo incontro a Jeddah con il malandato re saudita Abdullah era semplice: replicare il grande successo dell’accordo tra dipartimento di Stato e sauditi del 1986, quando Washington convinse i sauditi a inondare il mercato mondiale con l’eccesso di offerta comprimendo i prezzi del petrolio, una sorta di “shock petrolifero al contrario”. 

Nel 1986 ebbe successo contribuendo a piegare la vacillante Unione Sovietica fortemente dipendente dai proventi in dollari delle esportazioni di petrolio per mantenere il potere. Così, anche se non fu reso pubblico, Kerry e Abdullah decisero l’11 settembre 2014 che i sauditi avrebbero usato i loro muscoli petroliferi per piegare la Russia di Putin oggi. Sembrava brillante, al momento non c’era dubbio. 

Il giorno successivo, il 12 settembre 2014, l’appropriatamente nominato Ufficio terrorismo ed intelligence finanziaria del Tesoro USA, guidato dal sottosegretario al Tesoro David S. Cohen, annunciava nuove sanzioni contro i giganti energetici della Russia Gazprom, Gazprom Neft, Lukoil, Surgutneftgas e Rosneft, vietando alle compagnie petrolifere degli Stati Uniti dal partecipare a joint venture con le società russe su petrolio o gas, in mare o nella regione artica. Poi, proprio mentre il rublo calava rapidamente e grandi aziende russe versavano dollari per i pagamenti di fine anno, il crollo dei prezzi mondiali del petrolio sembrava por fine al regno di Putin. 

Questo fu chiaramente il pensiero delle anime tormentate degli uomini di Stato a Washington. Victoria Nuland era giubilante, lodando la nuova arma di precisione della guerra finanziaria dell’unità del terrorismo finanziario del Tesoro di David Cohen. Nel luglio 2014, il West Texas Intermediate, prezzo di riferimento negli Stati Uniti del mercato petrolifero domestico, arrivava a 101 dollari al barile. Il profitto del petrolio di scisto era in piena espansione, rendendo gli Stati Uniti importanti attori petroliferi per la prima volta dal 1970. 

Quando WTI arrivò a 46 dollari all’inizio di gennaio, improvvisamente le cose sembrarono diverse. Washington si rese conto di essersi data la zappa sui piedi, l’industria del petrolio di scisto statunitense era eccessivamente indebitato e cedeva sotto il prezzo del petrolio in calo. Dietro le quinte, vi fu la collusione tra Washington e Wall Street per stabilizzare artificialmente ciò che era l’imminente reazione a catena dei fallimento dovuto al crollo del petrolio di scisto negli Stati Uniti. Di conseguenza i prezzi del petrolio iniziavano una lenta risalita, arrivando a 53 dollari a febbraio. La propaganda di Wall Street e Washington cominciò a parlare di fine della caduta dei prezzi del petrolio. A maggio i prezzi erano saliti a 62 e quasi tutti erano convinti della ripresa del petrolio. Come si sbagliavano.

Sauditi scontenti
Dall’incontro Kerry-Abdullah dell’11 settembre (data curiosa, visto il clima di sospetto sulla famiglia Bush che copre il coinvolgimento dei sauditi sugli eventi dell’11 settembre 2001), i sauditi hanno un nuovo re decrepito, monarca assoluto e Custode delle due Sacre Moschee, re Salman, che sostituisce il deceduto re Abdullah. Tuttavia, il ministro del petrolio è sempre il 79enne Ali al-Naymi, che avrebbe visto un’occasione d’oro nella proposta di Kerry di avere la possibilità di eliminare contemporaneamente anche la crescente sfida sul mercato degli Stati Uniti del petrolio di scisto non convenzionale. Al-Naymi disse ripetutamente che era determinato a eliminare il “disturbo” del petrolio di scisto degli USA al dominio saudita sui mercati mondiali del petrolio. 

Non solo i sauditi non erano felici dell’intrusione dello scisto degli Stati Uniti nel loro dominio petrolifero, sono ancor più arrabbiati dal recente accordo dell’amministrazione Obama con l’Iran che probabilmente porterà tra diversi mesi all’eliminazione delle sanzioni economiche all’Iran. In realtà i sauditi sono fuori di sé dalla rabbia contro Washington, tanto che hanno ammesso apertamente l’alleanza con l’arcinemico Israele per combattere ciò che vedono come crescente dominio dell’Iran nella regione: in Siria, Libano e Iraq. Ciò ha contribuito alla determinazione di ferro dei sauditi, aiutati dagli stretti alleati del Golfo, a spezzare ulteriormente i prezzi del petrolio fino a quando l’ondata di fallimenti delle aziende del petrolio di scisto, interrotta a gennaio dalle manipolazioni di Washington e Wall Street, metta fine alla concorrenza del petrolio di scisto dagli Stati Uniti. 

Quel giorno potrebbe arrivare presto, ma con conseguenze non volute per l’intero sistema finanziario mondiale in un momento in cui le conseguenze non possono essere affrontate. Secondo un recente rapporto della banca di Wall Street Morgan Stanley, uno dei principali attori nel mercato del greggio, i produttori di petrolio dell’OPEC, aumentano aggressivamente le forniture di petrolio a un mercato mondiale già saturo, senza alcun suggerimento di una tregua. Nel rapporto, Morgan Stanley osserva con allarme visibile, 
l’OPEC ha aggiunto 1,5 milioni di barili/giorno di forniture globali negli ultimi quattro mesi soltanto… il mercato del petrolio attualmente ha 800000 barili/giorno di offerta in eccesso. Ciò suggerisce che l’eccesso di offerta attuale del mercato del petrolio è interamente dovuto all’aumento della produzione dell’OPEC da febbraio”
Il rapporto della banca di Wall Street aggiunge una nota sconcertante: 
Prevedevamo che l’OPEC non avrebbe ridotto, ma non avevamo previsto un tale brusco aumento”
In breve, Washington ha perso completamente influenza strategica sull’Arabia Saudita, un regno considerato vassallo di Washington dall’accordo di FDR per darne l’esclusiva alle major petrolifere degli USA nel 1945. 

La rottura delle comunicazioni tra USA e Arabia Saudita da nuova dimensione all’ultima visita di alto livello a San Pietroburgo, il 18 giugno, di Muhamad bin Salman, viceprincipe ereditario, ministro della Difesa saudita e figlio del re Salman, per incontrare il Presidente Vladimir Putin. L’incontro fu preparato con cura da entrambe le parti, discutendo di accordi commerciali da 10 miliardi di dollari, tra cui la costruzione di reattori nucleari russi nel regno e la fornitura di avanzate attrezzature militari russe ed investimenti sauditi in Russia nel settore agricolo, medico, logistico, vendita al dettaglio e immobiliare. L’Arabia Saudita oggi è il maggior produttore di petrolio al mondo e la Russia il secondo. Un’alleanza russa-saudita a qualunque livello non era di certo prevista dai pianificatori strategici del dipartimento di Stato di Washington…. Oh merda!

Ora che l’OPEC sovraproduce petrolio, i sauditi hanno incrinato lo sforzo traballante degli Stati Uniti per aumentare i prezzi del petrolio. Il calo dei prezzi è stato ulteriormente alimentato dai timori che l’accordo con l’Iran aggiunga altra sovrabbondanza, e che il secondo più grande importatore di petrolio al mondo, la Cina, riduca le importazioni o almeno non le aumenti dato il rallentare dell’economia. La bomba è esplosa sul mercato del petrolio l’ultima settimana di giugno. Il prezzo del petrolio WTI è andato da 60 dollari al barile, livello su cui molti produttori di petrolio di scisto potevano rimanere a galla un po’ di più, a 49 il 29 luglio, con un calo di oltre il 18% in quattro settimane, con tendenza verso il basso. Morgan Stanley ha suonato il campanello d’allarme, affermando che se il trend delle ultime settimane continua, 
questa crisi sarà più grave di quella del 1986. Poiché vi è stata una forte flessione nei 15 anni precedenti, la crisi attuale potrebbe essere la peggiore degli ultimi 45 anni. Se accadesse, non ci sarà nulla nella nostra esperienza che possa guidare le prossime fasi di tale ciclo… In realtà, non ci sarebbe un precedente storico analizzabile“.
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‘October Surprise’
Ottobre è la prossima svolta per decidere, presso le banche degli Stati Uniti, se restringere i prestiti alle aziende del scisto o continuare ad estendere credito (come finora), nella speranza che i prezzi risalgano lentamente. Se, come fortemente accennato, la Federal Reserve aumentasse i tassi d’interesse negli Stati Uniti a settembre, per la prima volta in otto anni della crisi finanziaria globale, quando esplose il mercato immobiliare statunitense nel 2007, i fortemente indebitati produttori di petrolio di scisto degli Stati Uniti affronteranno un disastro immane. Nelle ultime settimane il volume della produzione statunitense di petrolio di scisto era al massimo con i produttori di scisto che disperatamente cercano di massimizzare il flusso di liquidi, ironia della sorte, ponendo le basi della sovrabbondanza di petrolio mondiale, causa della loro scomparsa. 

La ragione per cui le compagnie petrolifere di scisto statunitensi hanno potuto continuare le attività da novembre scorso e non dichiarare fallimento è la politica del tasso zero della Federal Reserve che porta banche e altri investitori a cercare tassi d’interesse più elevati nel cosiddetto mercato obbligazionario “High Yield“. Negli anni ’80 quando furono creati da Michael Millken e altri truffatori presso la Drexel Burnham Lambert, Wall Street giustamente li chiamò “junk bonds“, perché quando le cose vanno male, come ora per le aziende dello scisto, si trasformavano in spazzatura. Un recente rapporto della banca UBS afferma: 
il mercato globale ad alto rendimento è raddoppiato di dimensioni; settori che videro l’emissione più vivace negli ultimi anni, come energia e miniere metallifere, hanno visto il debito triplicarsi o quadruplicarsi”
Supponendo che la più recente flessione dei prezzi del petrolio WTI continui settimana dopo settimana fino ad ottobre, ci potrebbe essere anche panico e corsa a vendere miliardi di dollari di tali obbligazioni spazzatura ad alto rendimento e alto rischio. Come nota un’analista degli investimenti, 
quando la folla della vendita al dettaglio, infine, si volge per uscire in massa, i gestori dei fondi si troveranno faccia a faccia con i mercati secondari del credito aziendale senza liquidi, privi di profondità… ciò può innescare l’incendio delle vendite“. 
Il problema è che questa volta, a differenza del 2008, la Federal Reserve non ha spazio per agire. I tassi d’interesse sono già prossimi allo zero e la FED ha acquistato migliaia di miliardi di dollari di debito bad bank per evitare la reazione a catena del panico bancario statunitense. Una possibilità che non è stata discussa per nulla a Washington sarebbe il Congresso che abroga il disastroso Federal Reserve Act del 1913, che cede il controllo del denaro della nostra nazione a una banda di banchieri privati, per creare una Banca nazionale pubblica di proprietà del governo degli Stati Uniti, che potrebbe emettere credito e vendere debito federale senza per intermediari i corrotti banchieri di Wall Street, come previsto dalla Costituzione. 

Inoltre, si potrebbero nazionalizzare completamente le sei o sette banche “troppo grandi per fallire” responsabili del disordine finanziario che distrugge le fondamenta degli Stati Uniti e, per estensione, il ruolo del dollaro quale valuta di riserva mondiale della maggior parte del mondo.

F. William Engdahl New Eastern Outlook 08/08/2015

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F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.


Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
https://aurorasito.wordpress.com/2015/08/08/laccordo-tra-stati-uniti-e-arabia-saudita-da-vittoriosi-a-megaperdenti/ 

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