Non illudetevi: l’
Unione Europea non è affatto garanzia di pace. Quella, semmai, l’abbiamo vissuta – sappiamo a che prezzo – grazie alla pax nucleare della
Guerra Fredda. Ma oggi, con l’Ue e in particolare l’Eurozona, l’
Europa
non è affatto un posto rassicurante. Lo afferma nientemeno che il
“Financial Times”, in un editoriale firmato da John Plender. «Ora che la
Gran Bretagna si distacca dall’Ue e il nazionalismo torna in voga in
tutto il continente, il realismo ci chiede di affrontare un beneamato
quanto esagerato mito su questa costruzione sovranazionale – vale a dire
il mito secondo il quale il grandioso piano europeo avrebbe tenuto
lontano i conflitti per decenni».
Vero, i “padri fondatori” hanno
imbrigliato gli Stati nazionali in una rete sempre più fitta di
relazioni economiche «con l’obiettivo nascosto di garantire la pace»,
fino a spingere l’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman,
uno dei massimi architetti della neo-oligarchia europea, a dire che
l’obiettivo era quello di rendere la
guerra
«non solo impensabile, ma anche materialmente impossibile». Ma fare le
cose “di nascosto” ha un costo: «Questo modo di procedere ha ispirato
nell’élite
politica
europea un atteggiamento di profonda irriverenza verso l’opinione
pubblica e verso il processo democratico, non da ultimo verso i
referendum che portano a risultati “sbagliati”».

Questa, scrive Plender (la traduzione è di “
Voci dall’Estero”)
è una componente importante del risentimento che sta dietro l’ascesa
dei partiti populisti di destra nell’Ue. E anche l’affermazione che la
progressiva interdipendenza economica abbia fatto scomparire le antiche rivalità in
Europa «non è solo fantasiosa ma si basa su un fraintendimento della relazione tra
economia
e sicurezza nazionale». L’idea che il commercio porti la pace risale
almeno al 1700, quando Montesquieu, nel saggio “De L’Esprit Des Lois”,
sosteneva che il desiderio di guadagno economico può frenare le passioni
distruttive. «Questo pensiero attraversò la Manica e prese forma
nell’internazionalismo liberale sostenuto da Richard Cobden,
anti-imperialista e liberomercatista inglese del diciannovesimo secolo».
Il culmine arrivò nel 1910 con la pubblicazione di “The Great Illusion”
di Norman Angell, un politico britannico che sosteneva che i costi
economici di una vittoria in
guerra sono decisamente superiori ai guadagni. «Molti ne trassero la conseguenza che la
guerra era futile e, in futuro, sarebbe diventata improbabile. Ma la disillusione arrivò nel 1914».
L’idea che l’interdipendenza economica freni l’aggressione militare,
continua l’analista del “Financial Times” si è dimostrata, nonostante
questo, tenace. E’ presente anche nelle dichiarazioni ufficiali del Wto e
convince ancora molti accademici, tra cui l’economista Robert Shiller
di Yale, vincitore del Premio Nobel. «L’interdipendenza economica fa
sicuramente aumentare i costi economici di un conflitto», ammette
Plender. «Eppure ci sono altri fattori che spiegano meglio la pace
post-bellica». Esempio: «Nel pericoloso contesto nucleare dell’immediato
dopoguerra, l’esistenza di un nemico comune durante la
Guerra
Fredda ha aiutato a unire Francia e Germania. L’assopimento delle
rivalità tra paesi è stata facilitata anche dall’egida militare statunitense.
Soprattutto la Germania, che aveva sofferto due sconfitte
impressionanti in due guerre mondiali di seguito, non aveva molta
intenzione di tirarsi dentro una ulteriore catastrofe».

Oggi in
Europa la
guerra
non è ancora alle porte: «Per i partiti populisti, gli attuali nemici
sono la globalizzazione, l’immigrazione, Bruxelles e altre minacce
all’identità nazionale». Ma attenzione: «Nel duro mondo fuori dall’Ue,
c’è ben poco che suggerisca che l’interdipendenza economica sia un
potente freno all’aggressione militare». Inoltre, la più pesante
interazione tra
politica ed
economia
all’interno dell’Ue è quella che riguarda l’Eurozona, e con risultati
catastrofici: «Qui l’interdipendenza economica si sta dimostrando la
strada verso un attrito sempre maggiore. In effetti l’antico equilibrio
del
potere politico in
Europa
è stato incorporato all’interno di una unione monetaria instabile, con
la differenza che la Germania è emersa come paese egemone, e ha
insistito sull’austerità per tutta la durata della
crisi
dell’Eurozona, mentre continuava ad accumulare surplus da record delle
partite correnti. In assenza di una vera infrastruttura – una
politica
fiscale comune, una vera unione bancaria, la mutualizzazione dei titoli
del debito – una moneta unica è diventata solo un meccanismo per
produrre squilibri». Oggi, l’unione monetaria è il problema numero uno. E
l’élite che l’ha imposta «dovrebbe ricordarsi quanto spesso, nella
storia europea, l’identità è venuta prima degli interessi».
fonte:
http://www.libreidee.org/2016/08/financial-times-e-leuro-a-minacciare-la-pace-in-europa/
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