mercoledì 14 ottobre 2015

Dopo Bush anche con Obama gli USA si perdono nello stesso vicolo buio


George W Bush è passato alla storia come un Presidente americano fallimentare e controproducente in politica internazionale ma Barack Obama, eletto dopo aver suscitato grandi speranze di rinnovamento e di pace, vi entrerà come autore di una politica estera incoerente, debole e contraddittoria.

Partito con dichiarazioni concilianti con il mondo arabo musulmano (il suo discorso all'Università' Al Azhar al Cairo ne fu l'emblema) e con la Russia (ricordate l'ormai famoso "reset"?) si è trovato ad avere rapporti tesi con i maggiori Paesi sunniti, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto e, parallelamente, a raggiungere un accordo con l'Iran sciita contestato pesantemente da tutti i suoi nemici, interni ed esterni, e da Israele. Con la Russia, poi, Obama ha giocato in modo così confuso le sue carte da essere diventato, anziché il "rappacificatore", l'iniziatore di una "guerra fredda"che sembrava soltanto appartenere al passato.  Gli esempi più evidenti: l'incerta condotta nei confronti della Georgia e il "disastro" ucraino. 

Lo scenario in cui, però, ha avuto la condotta più incomprensibile è quello siriano. Spinto da turchi e sauditi e con l'illusione di voler pilotare un'ennesima "primavera araba", ha armato e finanziato tutti i gruppi anti Assad, fino a trovarsi davanti alla nascita di quello che oggi è definito il più pericoloso gruppo terrorista del mondo: l'ISIS.  Se l'obiettivo fu, inizialmente, quello di eliminare il regime di Bashar Al Assad per tagliare i collegamenti tra l'Iran e il Mediterraneo, quattro anni e mezzo di guerra civile non hanno raggiunto lo scopo e, anche a Washington come nel resto del mondo, si pensa oramai che, se Assad se ne andasse, in Siria si creerebbe una situazione peggiore di quella attuale.

Nonostante le dichiarazioni contrarie enunciate ad alta voce in ogni circostanza, l'eliminazione del regime alawita a Damasco darebbe solo spazio a fazioni integraliste o, addirittura, al predominio del sedicente Stato Islamico.  Sarà per questa paura, o forse per un'inspiegabile prudenza, che gli aerei americani impegnati a bombardare le roccaforti dei Jihadisti, tra Iraq e Siria hanno compiuto in un anno e mezzo un numero di azioni belliche pari a quello che nel 1991 l'operazione Desert Storm faceva in quarantotto ore.

Vladimir Putin, Bashar Assad e Barack Obama
Vladimir Putin, Bashar Assad e Barack Obama - © RIA Novosti | AFP | RIA Novosti

Oggi, l'intervento della Russia in Siria obbliga finalmente a fare i conti con la realtà. Anche se, apparentemente, il motivo del contendere tra Russia e USA resta la sorte e il ruolo futuro di Bashar Al Assad, il vero motivo di un'intesa che sembra non esserci è un altro.  Obama sa che sia Russia sia Iran (e lo stesso Bashar) potrebbero accettare una sostituzione di vertice perché chi ha il vero potere in Siria è un'oligarchia di cui Al Assad è solo l'espressione. E' questa oligarchia, a maggioranza alawita ma non solo, a garantire gli interessi dei due Paesi ed è lo stesso gruppo che ha garantito fino a poco fa la coesistenza di laici e religiosi di varie confessioni.

Purtroppo, il Presidente americano sa anche che gli altri combattenti (non ufficiali) sul campo, cioè turchi, sauditi e Stati arabi del Golfo, hanno ciascuno il proprio obiettivo con però un punto in comune: l'eliminazione dell'attuale classe dirigente. I turchi puntano a una futura Siria da loro controllata, i Sauditi, che non accetteranno comunque un'egemonia turca, vogliono ridimensionare l'influenza iraniana. Washington, già sotto accusa per l'accordo sul nucleare iraniano, non può permettersi di sconfessare apertamente i propri alleati nell'area e, poiché la permanenza di Assad (o chi per lui) anche solo per un periodo transitorio, rappresenterebbe la fine dei sogni di entrambi, ciò significherebbe anche il venir meno della loro vicinanza all'amico di oltre oceano.  Senza contare che per gli USA, soprattutto dopo i bombardamenti russi in Siria, accettare la soluzione oggi proposta da Mosca significherebbe riconoscere il suo decisivo ruolo nella questione e obbligherebbe a ripensare le reciproche relazioni anche sulla questione ucraina.

A questo proposito, c'e' pure un terzo motivo di preoccupazione per l'amministrazione americana, seppur meno evidente: i rapporti tra l'Europa e la Russia.

In concomitanza con i bombardamenti russi in Siria si è tenuto a Parigi il vertice Normandy 4 con l'obiettivo (apparentemente riuscito) di trovare una soluzione politica alla crisi di Kiev. Gli europei, con l'esclusione dei soliti polacchi e baltici, hanno le scatole piene delle sanzioni e dei relativi rapporti conflittuali con Mosca e vogliono tornare a normalizzare la situazione. Sia Poroshenko che i ribelli hanno dato segnale di essere pronti a una soluzione definitiva del conflitto: il primo ha ribadito la volontà di arrivare a una riforma costituzionale come pattuiti a Minsk due e i secondi, dopo averle annunciate, hanno dichiarato di accettare il rinvio di alcuni mesi delle loro locali elezioni. Entrambi hanno, inoltre, già cominciato a ritirare le rispettive armi dalla linea di demarcazione.

Ciò che spaventa gli americani e che li spinge a ri-affermare la loro ostilità contro il "dittatore sanguinario"Assad, così come le accuse in merito a bombardamenti su gruppi pseudo — moderati, è proprio la paura che gli europei "aprano" nei confronti di Mosca lasciando gli americani isolati sul fronte ucraino. 
 
D'altra parte, le sanzioni europee sono destinate a scadere il 31 Gennaio del 2016 e, per deciderne il rinnovo secondo le regole europee, è necessaria l'unanimità. I segnali di buona volontà dimostrati dalle due parti in conflitto potrebbero consentire di considerare superata la fase critica e spingere gli europei a non prolungarle.

Per impedire questa possibilità è necessario per gli USA continuare a dimostrare che la contrapposizione con Putin è strategica e che il comportamento russo sia, su tutti i fronti, alternativo a quello occidentale. Da qui l'irrazionale comportamento che li spinge ad ammettere che è stato un errore il sostegno a gruppi ribelli islamici che si sono dimostrati tutt'altro che "moderati", ma, contemporaneamente, rifiutare di prendere atto che coinvolgere il Governo siriano in un futuro negoziato è indispensabile per trovare una soluzione alla crisi.

Come Obama pensi di uscirne resta un mistero.

 
Mario Sommossa
 
 

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