venerdì 23 ottobre 2015

Il capitalismo si morde la coda. Anzi, se la divora con appetito


Sembrava la ripresa americana. I media ne parlavano, ce la additavano ad esempio; ecco, l’economia Usa è stata la prima a riprendersi, perché è flessibile, a dominare è il mercato senza lacci sociali, e credito a iosa…

Belle notizie. I pignoramenti di immobili sono aumentati del 66% anno su anno, nell’ultimo trimestre. Le banche si riprendono case su cui avevano concesso i mutui, che gli abitanti di queste case non possono pagare. Adesso le banche le metteranno sul mercato. A prezzi stracciati. Ciò trascinerà in basso i prezzi dell’immobiliare, tanto più che quelle pignorate sono abitazioni “a cui è mancata da tempo la manutenzione”, dice Daren Blomquist, vice-presidente di un osservatorio del settore, RealtyTrac.

http://www.cnbc.com/2015/10/14/repossessions-spike-66-as-foreclosure-crisis-lingers.html

La ricchezza posseduta da una tipica famiglia Usa di classe media (in mobili, immobili e salari) era di 87.992 dollari nel 2003. Oggi, è di 56.335.

http://web.stanford.edu/group/scspi/_media/working_papers/pfeffer-danziger-schoeni_wealth-levels.pdf

Nella fascia mediana (ossia classe media) il reddito di una famiglia è oggi diminuito del 7% rispetto a quello che godeva nel 2000. 56 milioni di americani vivono in condizioni di “insicurezza alimentare”, o non mangiano tutti i giorni o ricorrono a banche del cibo caritative per sfamare sé e i figli; ma anche queste banche, dopo tanti anni di depressione, sono sempre meno fornite. Oltre 10 milioni di uomini in età da lavoro (25-55 anni) semplicemente non lavorano; uno ogni sei maschi. Il 26% dei bambini americani vivono sotto il livello di povertà.

Il 25% delle famiglie dei militari in servizio ha bisogno di aiuto sociale per mangiare: sono 620 mila famiglie, il cui padre (o madre) in mimetica, dispiegato in Corea o in Irak, non guadagna abbastanza per sfamarle e pagare le bollette nello stesso tempo.

http://www.usatoday.com/story/news/nation/2014/08/17/hunger-study-food/14195585/?AID=10709313&PID=4003003&SID=1l92zowprtged

Il Baltic Dry Index, ossia il costo del nolo di navi da carico che portano merci “secche”, è ad un calo record – e cala del 2009, sostanzialmente senza interruzione E’ la misura più concreta dell’economia reale, degli scambi di merci, alimentari e no, fra paesi. Adesso sono al minimo. Questo calo può anche significare che il credito è scarso e difficile da ottenere; infatti occorre credito per il nolo di navi mercantili.

Ma com’è possibile, visto che farsi prestare denaro costa quasi nulla, grazie alla Fed (la banca centrale) che stampa e stampa e tiene i tassi a sostanzialmente a zero da anni, praticamente dalla crisi di Lehman del 2008?

Ma no, ma no, non è possibile. Infatti le 25 maggiori banche americane riferiscono che, loro, prestano a rotta di collo, danno credito a grandi imprese; imprese ben contente di indebitarsi a tassi bassissimi…per farne cosa?

Si scopre che le grandi imprese usano quel denaro preso a prestito – attenzione! – per comprare le loro stesse azioni, ritirarle dalla Borsa, facendone così aumentare artificialmente il “valore”, dato che le rendono più rare: è la famosa legge della domanda e dell’offerta, diventata folle. Oppure per “fusioni ed acquisizioni”, ossia per mangiarsi altre imprese concorrenti, nella tipica attività cannibalica del capitalismo lasciato senza redini. Ci sono persino aziende, ha notato il Financial Times, che prendono il denaro in prestito (visto che è così conveniente) per pagare dividendi ai grossi azionisti.


Ovviamente questi non sono “investimenti”. Sono operazioni sterili per l’economia reale, i posti di lavoro, i salari produttivi. I prestiti per comprare proprie azioni non portano alcuna crescita nell’economia reale, e nemmeno le fusioni-acquisizioni. Già comprare azioni proprie con i propri capitali è un fallimento dello spirito capitalistico (vuol dire che l’imprenditore non sa in cosa investire, non ha idee); è un fatto del tutto patologico, che porta ad un fittizio aumento delle borse, di valori azionari di imprese che stanno in rovina. Farlo poi con denaro a prestito, è una doppia patologia.

“Gli ultimi dati mostrano che le prime 500 imprese quotate (S&P500) hanno aumentato i loro dividendi ed acquisti di azioni proprie del 6,6%, una cifra-record di 923 miliardi di dollari a giugno, mentre i loro profitti calavano dell’8,4%, ossia di 841 miliardi di dollari, nello stesso periodo”. (così Chris Wood, dirigente della CLSA, grossa impresa di brokeraggio sui mercati asiatici).

Vediamo se abbiamo capito bene: queste grandi aziende si pagano dividendi con denari presi a prestito, mentre i loro profitti diminuiscono. Non fanno crescere l’economia, e si spartiscono il bottino del denaro a basso costo fornito dalla banca centrale. Potranno mai ripagare il debito?

Dell’aumento del credito che le 25 maggiori banche Usa hanno indicato trionfalmente, quanto ne va’ in “investimenti capitali”, ossia per finanziare attività in qualche modo produttive, che so, acquisto di impianti, materie prime da lavorare, nolo di navi per import o export? Tenetevi forte: il 6 per cento. Il 94% dei prestiti che le grandi imprese hanno chiesto ed ottenuto, va’ in attività sterili che danno un guadagno indebito ai grandi azionisti, fingendo che “il mercato azionario” salga, e di fatto, divorando il proprio stesso futuro.

“Dal punto di vista aziendale, l’indebitamento a tassi zero incoraggia l’ingegneria finanziaria a danno dell’investimento capitale, e nello stesso tempo consente ad imprese non competitive di sopravvivere più a lungo”, dice Wood. Fra l’altro, con un altro trucco notevole: le aziende dissestate si finanziano emettendo obbligazioni; siccome sono malmesse, queste obbligazioni danno un interesse maggiore di quello che gli investitori finanziari trovano sul mercato. Siccome questi investitori (per esempio gli assicuratori, i fondi pensione) sono “affamati di rendimenti” – e sono stati affamati precisamente dai tassi zero della Fed – si buttano ad incettare quelle obbligazioni maleodoranti, in un certo senso non possono fare altrimenti, perché i fondi previdenziali ad esempio hanno bisogno di erogare pensioni attraverso un costante flusso di interessi, diciamo, al 4-5% (introvabile sul mercato attuale dei tassi zero). Quindi dilapidano il capitale, affidandolo ad aziende che un giorno falliranno, per lucrare momentanei e filiformi interessi.

E così ecco spiegato il paradosso: crescono i prestiti concessi in Usa, mentre sempre meno gente ha un lavoro, aumentano quelli che faticano a trovar da mangiare, calano i consumi al dettaglio (perché calano le paghe), aumentano i magazzini di invenduto, cala l’import-export (a livello mondiale: l’India denuncia un calo del 25% di entrambi) e la spesa che cresce è quella per farmaci anti-depressione e persino di anti-psicotici (usati per sedare gravi malattie psichiche).

E si spiega perché la povera governatrice della Fed, Yanet Ellen, abituata alla tranquilla esistenza di professoressa universitaria, soffre di malori e annuncia un giorno che aumenterà i tassi, un giorno dice che no: non sa cosa fare, semplicemente. Lei e gli altri banchieri centrali sono in un vicolo cieco. Aver tenuto i tassi a zero per tanto tempo, col proposito di stimolare l’economia, non ha vinto il clima di deflazione-depressione (che è mondiale), come dimostrano i cali del petrolio e delle altre materie prime; d’altra parte, lo “stimolo” dei prestiti a tasso zero ha gonfiato una immane bolla finanziaria che non sanno come sgonfiare, se non in modo traumatico.

L’elegante madame Lagarde del FMI ha detto alla piccola Yellen di essere prudente: anche “Un moderato aumento dei tassi d’interesse da parte della Fed potrebbe portare al ritiro di capitali dai mercati emergenti”, perché i capitali rifluirebbero in Usa dissanguando paesi indebitatissimi come il Brasile, o in difficoltà come Cina e Russia, e “ciò si tradurrebbe in una recessione globale”. Meglio, aggraverebbe tragicamente la depressione che già è instaurata. “Siamo nel più grave calo da decenni”, ha spiegato il presidente della multinazionale degli impianti petroliferi Schlumberger annunciando una discesa del 6% dei profitti nel trimestre. D’altra parte questa “terza bolla finanziaria del secolo è immensa”, dice David Stockman, che fu il ministro del bilancio sotto Ronald Reagan, e fa’ il confronto con la bolla che scoppiò dopo il crack della Lehman: allora i mercati globali finanziari salirono fino a 60 trilioni di dollari – per poi crollare, dopo la Lehman, a 25 trilioni, innescando la crisi recessiva da cui gli sforzi della Fed e delle altre banche centrali non sono pervenuti a farci uscire. Adesso la bolla globale è di almeno 80 trilioni, tutti creati dalla “sventatezza pura dei banchieri centrali”. Che ora si trovano paralizzati, in attesa della “madre di tutti i collassi che è dietro l’angolo”.

Se Stockman ha ragione la povera Yellen è nella condizione di un camionista il cui autoarticolato sta filando dritto contro un muro a 100 all’ora, e che non può toccare né freno, né acceleratore né il volante.

Ecco perché la minuscola professoressa ha dei malori. “I banchieri centrali sono terrorizzati”, commenta Gerald Celente, un famoso specialista di previsioni finanziarie.. E conclude: “indipendentemente dalla politica della Fed, manteniamo le nostre previsioni di una importante crisi dei mercati azionari a fine anno e delle pressioni recessioniste su scala mondiale”.

http://kingworldnews.com/gerald-celente-is-this-what-has-the-central-planners-so-terrified/

Se ha ragione, dopo sette anni di recessione post-Lehnam, quest’inverno piomberà su di noi una super-Lehman,che colpirà un’economia reale già dissanguata dalla depressione in corso. Non so immaginare come si presenterà: altri milioni di disoccupati, gente alla fame che assalta i supermercati? Sparizione dei generi di prima necessità? Conti correnti svuotati dal crack bancario universale? Banconote che i produttori agricoli (di cibo) non accettano più, come prevedono i più apocalittici? A me non resta che consigliare di fare una piccola scorta di generi di necessità, magari simile a quella consigliata dalle autorità svizzere in vista di una guerra o grave crisi. Se potete, superate la quantità di scatolame, sale, sigarette, cose che potrete scambiare quando i supermercati fossero vuoti, contro altri generi.

Frattanto possiamo dedicarci al pensiero, e considerare filosoficamente che questa sciagura che ci pende sul capo è tutta e solo dovuta al capitalismo finanziario, più precisamente alla dittatura che la finanza ha fatto pesare sulla politica: da cui ha strappato l’abolizione della Glass-Steagall e delle altre leggi che vietavano alle banche commerciali di usare i soldi dei risparmiatori per speculare in creatività finanziaria; il “divorzio” tra banche centrali e Tesoro, che prima sottraeva all’avidità della finanza il debito pubblico e i suoi grassi interessi; la deregolazione con neutralizzazione delle norme anti-trust per cui certe banche si sono consentite di diventare “troppo grosse per fallire”, sicché la loro bancarotta fa’ crollare l’intero sistema mondiale liberista; e la globalizzazione, ossia la creazione di un unico mercato globale senza dazi e senza ostacoli alla fuga di capitali in cerca di rendimenti – il che vuol dire senza pareti anti-fuoco quando scoppia l’incendio; la globalizzazione voluta dalle multinazionali per “la miglior allocazione dei capitali”, in pratica la ricerca di salari più bassi (minima retribuzione del lavoro, massima al capitale), che alla lunga ha provocato, con la riduzione salariale dei paesi ex-sviluppati, il restringersi di questi “mercati”: un altro esempio di come il capitalismo abbia finito per segare il ramo su cui siede. E’ inoltre la globalizzazione che ha provocato crescite mostruosamente rapide di paesi come la Cina, e l’immane bolla che si è gonfiata laggiù; e adesso il contagio mondiale, la trasmissione della crisi che si produce in un qualunque paese a tutti gli altri. Ovviamente, la dittatura possiede anche le banche centrali, e le menti dei banchieri centrali, conquistati alla sua ideologia. Sicché impone stampa, tassi zero, salvataggi di banche private con miliardi dei contribuenti, e (in Europa) austerità e inflazione zero nell’interesse dei creditori. Lanciando il Sistema contro il muro, e rendendo impossibile frenare…

Abbiamo visto alcuni esempi di capitalismo che si morde la coda; che letteralmente si morde la coda per papparsela, ossia per estrarne gli ultimi indebiti profitti. Stranamente, a riprova del potere dell’ideologia sulle menti, gli scandali di questa dittatura non scuotono la credenza – negli economisti del Principe, nei giornalisti economici o politici, nei lettori – della “moralità intrinseca” del mercato. Il mercato sarebbe “oggettivo”: duramente, spietatamente, obbligherebbe gli attori economici a cercare l’equilibrio tra domanda e offerta, il livello a cui abbassandosi il salario diventa competitivo ossia “giusto” (niente pasti gratis), e nei detentori di capitale, ecciterebbe gli “spiriti animali”; la creatività, l’audacia, l’amore per il rischio. Quindi: meno Stato più mercato, anzi nessun controllo pubblico, le regolamentazioni spariscano, non fanno che ostacolare i condottieri audaci del Mercato.

Ebbene: spero non vi sia sfuggito il caso di Martin Shkreli, un classico genietto delle biotecnologie lanciatosi nell’imprenditoria. La sua audacia e inventiva consiste in questo: la sua ditta, Turning Pharmaceutical, ha comprato i diritti di un farmaco chiamato Daraprim, prodotto e inventato oltre 60 anni fa dalla Glaxo SK, un antiparassitario molto importante per controllare la toxoplasmosi nei malati di Aids, e di certi cancerosi dal sistema immunitario indebolito. Tutto ciò che ha fatto Shkreli è, una volta messe le mani sui diritti, aumentare il prezzo del Daraprim da 13,50 dollari a pillola, a 750 a pillola. Un rincaro del 5 mila per cento.


 il grande imprenditore

Di fronte alle proteste e indignazioni generali, poi, il giovine capitalista ha promesso di ridurre l’aumento del prezzo. Ma che volete? Il giovine ha dato valore agli azionisti. E il prezzo esoso è in fondo quello consentito dal “mercato”: come ha spiegato Economist, il Daraprim vende bassi volumi, sicché non c’è da temere che un’altra farmaceutica esca fuori con un farmaco simile a prezzi inferiori; il costo della ricerca-sviluppo sarebbe proibitivo. Questa è diventata una pratica tipica nel settore: una certa Horizon per esempio ha comprarto da Astza Zeneca i diritti di Vimovo (un antidolorifico) e ne ha moltiplicato il prezzo per 7. I medicinali sono rincarati dal 2008, secondo Economist, del 127%, contro l’11 per cento dei prezzi al consumo.

Per la Turing Pharmaceuticals, rischio imprenditoriale, nessuno. Ricerca, zero. Invece l’astuto acquisto di una rendita di posizione, di un monopolio, sfruttato fino al dissanguamento dei consumatori – in questo caso, malati gravi e loro assicurazioni sanitarie.

Altro che effcienza, snellezza e riduzione dei prezzi a causa della concorrenza “spietata” fra capitalisti. Quella che il capitale cerca, per sè, quando può, è la rendita di una posizione monopolista (come già sapeva Marx). La stessa rendita perseguita da John D. Rockefekller quando la sua Standard Oil, a forza di acquisizioni, fusioni e sporchi trucchi, divenne la pià grossa petrolifera americana e “faceva” i prezzi. Ma allora c’era ancora uno stato: il Dipartimento della Giustizia, confermato poi dalla Corte Suprema, obbligò i Rockefeller a smembrare la colossale holding in 34 compagnie minori, i cui nomi ancora ricordiamo: Mobil, Esso, Conoco, Amoco, Chevron…con management rigorosamente distinto. Lo smembramento giovò agli stessi Rockefeller, che divennero ancor più ricchi dato che le azioni delle compagnie,complessivamente, superarono in valore quelle della Standard. Oggi, contro gli speculatori come Shkreli, lo stato americano non ha una sola arma. Hillary Clinton ha promesso che, se la eleggono alla Casa Bianca, farà importare più farmaci generici.

Se oggi ci fosse ancora uno Stato, avrebbe smembrato gli oligopoli bancari, non ci sarebbero state banche “troppo grandi per fallire”, ci sarebbero stati risparmiati il crollo di Lehman, la recessione-depressione che dura da allora, e le banche centrali dominate dai banchieri non filerebbero a velocità pazzesca contro il muro, senza poter frenare.

* * *
In Europa di più


Quanto sopra ho raccontato, non deve suonare una critica speciale agli Stati Uniti. E’ solo che lì la patologia è più aperta, più esposta e chiaramente dispiegata, dunque è narrabile. Come dice in una recente intervista il generale Fabio Mini, bisogna sperare che i delitti del nostro tempo siano commessi dagli americani, perché alla fine riusciamo a capirci qualcosa. In Italia, la povertà è salita del 130 per cento negli ultimi cinque anni, 7,8 milioni sono in povertà relativa, oltre 4 milioni vivono in povertà assoluta. L’Europa ha più miliardari dell’America, più dell’Asia. E il numero dei miliardari in Occidente è cresciuto, in 25 anni, del 665%.

Quanto all’Italia, da noi le peggiori nefandezze sono coperte e sepolte nell’omertà delle bande bancarie e politiche, verniciate di similoro dai media servili; i farabutti ci vengono additati alla venerazione. Gravissime omissioni di vigilanza bancaria, speculazioni dementi coi derivati che hanno fatto perdere miliardi di denaro dei contribuenti, possono essere premiate, se va bene, con la presidenza della repubblica e il governatorato della Banca centrale europea; se va’ male, con una presidenza Rai, un senatorato a vita, la fama di Venerato Maestro.


Maurizio Blondet

Fonte: http://www.maurizioblondet.it/il-capitalismo-si-morde-la-coda-anzi-se-la-divora/

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