Metà degli anni
’90, Stati Uniti. Viene coltivata per la prima volta la soia Roundup
Ready, modificata geneticamente dalla Monsanto.
E’ il 1996 e, secondo la
Monsanto, si tratta della prima coltivazione ogm ad essere autorizzata.
Cos’ha di speciale questa soia “Pronta per il Roundup”? Grazie ad un
gene opportunamente selezionato e introdotto nelle sue cellule questa
soia produce una proteina che permette alla pianta di resistere al
Roundup, un potente erbicida ad ampio spettro molto diffuso tra grandi e
piccoli agricoltori, prodotto anch’esso dalla Monsanto.
Quando questo
potente erbicida viene spruzzato sui campi, muore tutto, tranne la soia
transgenica.
E’ la promessa di
un futuro di cibo, salute e speranza, come propaganda la stessa Monsanto
alla fine degli anni ’90. Una promessa annunciata. Facciamo un passo
indietro.
Sempre negli Stati
Uniti, 1992. La Food and Drug Administration, l’ente americano per il
controllo di alimenti e farmaci, ammette il principio della equivalenza
sostanziale: non esiste alcuna differenza tra prodotti transgenici e
convenzionali. Questo principio garantisce agli ogm una facile
immissione nel mercato americano.
Così 10 anni dopo,
sempre negli Stati Uniti. Il 90% della soia immessa nel mercato è
transgenica. Il 70% degli alimenti venduti contiene ogm. E non c’è
nessuna etichetta che segnali la presenza di ogm.
Guardiamo più da
vicino le grandi promesse della rivoluzione transgenica: 1. Meno
erbicidi. 2. Migliore qualità e massimo rendimento delle piante. 3.
Nessun pericolo per la salute. 4. Nessun pericolo di contaminazione con
coltivazioni convenzionali o biologiche.
Partiamo dalla
prima. Ci spostiamo in India, 2001. Il governo autorizza le coltivazioni
transgeniche, Viene così introdotto il Bollgard un cotone BT modificato
per produrre un insetticida contro un parassita della pianta. Gli
obiettivi sono seducenti: ridurre del 78% l’uso dei pesticidi. Aumentare
il rendimento del 30%. I dati comparativi raccolti anno dopo anno non
confermano le promesse tanto attese. Il parassita resiste costringendo
gli agricoltori a ricorrere di nuovo agli erbicidi. L’uso di sostanze
chimiche, generalizzato (e non “quando serve”) produce, infatti,
parassiti sempre più resistenti. Inoltre nel 2006 una malattia che
colpisce le coltivazioni transgeniche, la Rizhoctonia, distrugge i
raccolti.
Qualità e
rendimento. Ad oggi esistono due tipi di ogm: quelli resistenti agli
erbicidi (come la soia Roundup Ready) e quelli resistenti ai parassiti
(come il cotone BT). Gli ogm resistenti agli erbicidi appartengono alle
stesse aziende che producono gli erbicidi stessi. La stessa azienda
vende sementi e erbicidi. Entrambi brevettati. Nel mondo sono solo 4 le
colture ogm (soia, mais, cotone e colza che rappresentano il 95% delle
colture transgeniche). Solo 2 i caratteri geneticamente indotti che
hanno acquisito importanza dal punto di vista commerciale. Le piante gm
non hanno raggiunto le promesse tanto attese.
Salute. Scozia,
1998. Prima di introdurre coltivazioni transgeniche in Gran Bretagna un
importante istituto di ricerca analizza gli effetti dell’introduzione di
un gene di una proteina insetticida, la lectina, nelle cellule delle
patate. I topi sottoposti a sperimentazione trattano le patate
transgeniche come corpi estranei. L’esito della ricerca, opportunamente
pubblicato, evidenzia che il problema non è il gene in sè ma la
modificazione della cellula che può avere effetti non attesi e non
prevedibili. Ancora. Australia, 2005. Alcuni ricercatori vogliono
rendere i piselli più resistenti agli attacchi di un parassita.
Inseriscono così nelle sue cellule un gene presente nel fagiolo. I topi
nutriti con i piselli così modificati sviluppano infiammazioni e
allergie. La sperimentazione viene interrotta.
Contaminazione.
Messico, regione di Oaxaca, 2001. Le analisi effettuate su diversi
campioni di mais convenzionale rivelano tracce di dna transgenico
proveniente dal mais ogm degli Stati Uniti. L’incrocio del mais
transgenico con quello locale non è controllabile, in quanto avviene
attraverso i pollini.
Veniamo a noi.
Italia, provincia di Pordenone, località Vivaro. Siamo nell’estate del
2013. L’imprenditore agricolo Giorgio Fidenato coltiva (per la seconda
volta) nei suoi terreni mais Mon810, transgenico. Un mese dopo i
ministri delle Politiche agricole (Nunzia De Girolamo), dell’Ambiente
(Andrea Orlando) e della Salute (Beatrice Lorenzin) firmano un decreto
che vieta la coltivazione del mais Mon810 in Italia.
L’Italia, a
dispetto di questo decreto, non è un paese ogm free: innanzitutto perché
non può limitare le importazioni che sono autorizzate dalla Unione
Europea; in secondo luogo perché la parte dei mangimi utilizzati negli
allevamenti italiani (non biologici) sono costituiti da soia e mais
geneticamente modificati importati da Stati Uniti, Canda e America
Latina.
Il rischio più
grosso che si sta correndo è quello della “coesistenza” (già espresso
nella Raccomandazione della Commissione 2003/556/CE) che apre sulla
possibilità di coltivare piante gm nei Paesi dell’Unione Europea. Il
pericolo non è solo legato alla contaminazione transgenica ma anche e
soprattutto alle conseguenze dei trattamenti erbicidi applicati alle
colture ogm.
Ma c’è un’altra
storia da raccontare che ha a che fare con la brevettabilità del
vivente. Attraverso gli ogm le aziende biotecnologiche stanno mettendo
mano sulla riproduzione riuscendo a brevettare un gene o un pezzo di
dna. Controllare la riproduzione significa controllare l’alimentazione,
La storia degli ogm è una storia lunga che parla di minaccia alla
biodiversità e alla sovranità alimentare. E’ una storia che parla di
noi e che ha bisogno di noi per essere raccontata, diffusa e fermata.
Strasburgo. 16
gennaio 2014. Il parlamento europeo vota una risoluzione con cui chiede
al Consiglio dell’UE di non autorizzare la coltivazione del mais
transgenico Pioneer 1507 modificato per produrre una tossina pesticida e
resistente all’erbicida Glufosinato Ammonio, sollecitando lo stesso
Consiglio UE, che dovrà esprimersi sul Pioneer 1507 il prossimo 8
febbraio, “a non proporre o rinnovare le autorizzazioni di qualsiasi
varietà ogm fino a quando non siano stati migliorati i metodi di
valutazione del rischio”.
Italia: Veneto e
Friuli. 1 febbraio 2014. “Cibo sano per tutti” una giornata di
informazione, sensibilizzazione, di protesta contro gli ogm, per
difendere la biodiversità. C’è bisogno di tutti noi.
Maria
Fiano, tratto da Coltiva Condividendo
Vai all’appello
del 1 febbraio con il calendario delle iniziative:
http://coltivarcondividendo.blogspot.it/2014/01/1-febbraio-contro-gli-ogm-abbiamo.html


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