
Salvador Freixedo
è un uomo lucido e coraggioso. Già sacerdote gesuita (i men in black
della Chiesa), nato in Galicia nel 1923, ha studiato
filosofia, ascesi e psicologia in varie università europee.
La sua posizione critica verso la struttura cattolica lo ha portato ad
un allontanamento forzoso dai lidi religiosi verso
un’attività di ricerca unica e personale, ben documentata
dai suoi numerosi libri, editi soprattutto in lingua spagnola. Dal suo ‘Difendiamoci dagli Dei’
del 1984, ho estrapolato queste righe che documentano la similarità di
‘trattamento’ del
popolo ebraico e di quello azteco da parte di una entità non
umana dotata di tecnologie superiori dall’atteggiamento predatorio,
sanguinario e decisamente indifferente alle sorti
dell’umano genere. Le odissee esistenziali simili di questi
due popoli geograficamente e temporalmente così distanti, hanno condotto
l’autore a scrivere le seguenti avvincenti
considerazioni. Davvero viene da chiedersi se la
colonizzazione cristiana dei ‘conquistadores’ non sia stata
(paradossalmente) un evento in definitiva liberatorio per queste genti!
In
ultimo, ricordo l’estrema difficoltà di reperimento dei
testi di Freixedo in lingua italiana, a questo link, il lungo elenco delle sue opere edite in lingua spagnola. Buona lettura.
‘… non si può negare che molti popoli, separati da migliaia di anni e damigliaia di chilometri, abbiano avuto credenze e praticato riti molto
simili, tanto da far pensare ad una origine comune, ad una stessa matrice.
E’ il caso delle analogie storiche e dottrinarie
fra gli Ebrei del Vecchio Testamento e gli Aztechi a tremila
anni di tempo e diecimila chilometri di distanza. Ad entrambi, il loro
“dio protettore” impose di lasciare il luogo natio per
andare in una “terra promessa”, sotto il suo diretto
comando. Gli Ebrei errarono per il deserto 40 anni, guidati da Yahvé
che li accompagnava nella forma di una colonna di fuoco e fumo che
illuminava il cammino durante la notte e faceva ombra
durante il giorno, aiutandoli a superare le difficoltà che incontravano
nel cammino.
Per gli Aztechi è stata sicuramente
più dura la peregrinazione che è durata ben duecento anni. Il “dio padre protettore” Huitzilopochtli
li accompagnò in forma di grande aquila bianca dal loro
insediamento naturale, che si presume sia stato fra l’Arizona e l’Utah,
fino all’attuale centro di Città del Messico, allora
piccola isola del lago Texcoco e lì si arrestarono perché
apparve loro l’aquila che divorava il serpente, secondo la profezia
divina che li aveva messi in moto. Entrambi i popoli “eletti”
dovettero affrontare, combattere e molto spesso annientare
numerose tribù o etnie che abitavano la “terra promessa” prima del loro
arrivo. La Bibbia è la narrazione storica di questa
conquista: gli Amorrei, i Filistei, i Gebusei, i Gaboniti,
gli Amalechiti hanno la loro controparte americana nei Chichimechi,
Daxtechi, Xochimilchi, Tepanechi. Una volta stabiliti nella
“terra promessa”, iniziarono a moltiplicarsi velocemente,
divennero molto potenti e sottomisero tutti i loro vicini, raggiungendo
l’apice dello sviluppo circa due secoli dopo.
Sia
gli Ebrei che gli Aztechi erano stati indottrinati, marchiati dal rito della circoncisione e, tanto Yahvé che Huitzilopochtli esigevano dai loro popoli
sacrifici di sangue. Fra gli Ebrei era di
animali, dopo la remissione del sacrificio di Abramo del figlio Isacco,
ma fra gli Aztechi era sangue umano. Nella
dedicazione del tempio di Tenochtitlan, secondo gli storici,
si sacrificarono diverse migliaia di prigionieri, strappando dal petto
il cuore ancora palpitante per propiziare
Huitzilopochtli. Tuttavia, se non in forma rituale, anche
fra gli Ebrei il sangue umano scorreva a fiumi a causa delle lotte
incessanti con gli altri popoli che Yahvé stesso incitava a
fare; addirittura poi a volte il sangue era solo quello del
popolo eletto quando “si accendeva la sua ira contro di loro”, il che
accadeva abbastanza spesso.
Entrambi i popoli furono
dettagliatamente istruiti su come costruire un grande tempio
nella terra promessa conquistata e questo comando lo si riscontra in
altre apparizioni religiose nel
corso della storia. Diego Duran, un frate francescano che
scrisse le cronache dei primi colonizzatori delle Americhe riporta, con
tutta la prevenzione possibile verso quei pagani
demoniaci, la tradizione orale del popolo azteco secondo la
quale i suoi antenati, a mano a mano che avanzavano verso sud, sempre
seguendo la grande aquila bianca che li guidava dal
cielo, la prima cosa che avrebbero dovuto fare appena
arrivati in un luogo, era di costruire un piccolo tempio in cui
custodire l’arca che trasportavano e mediante la
quale comunicavano con il loro dio.
La presenza dell’arca
che, come per gli Ebrei, rappresentava il vincolo che li legava al loro
dio protettore, fa presupporre che questi “spiriti che
stanno nell’alto dei Cieli”, come li chiama San Paolo, abbiano uno stesso cliché,
probabilmente una necessità particolare allorquando si
affacciano nel nostro mondo e nella nostra dimensione. Se
Yahvé ha avuto la sua controparte americana in Huitzilopochtli, il
Cristo giudaico l’ha avuta con Quetzalcoatl, il messaggero di
dio, istruttore e salvatore del popolo azteco che è apparso
in questo mondo in modo misterioso, è stato apparentemente un uomo come
lui; se n’è andato in modo altrettanto misterioso.
Entrambi promisero che un giorno sarebbero ritornati. Una
inconfutabile prova della esistenza degli dei è l’accadimento storico
della nascita e della successiva espansione della religione
dei Mormoni, quasi contemporaneo a noi e documentato da un
atto notarile.'
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