giovedì 6 febbraio 2014

Yahvé come Huitzilopochtli?

 
Salvador Freixedo è un uomo lucido e coraggioso. Già sacerdote gesuita (i men in black della Chiesa), nato in Galicia nel 1923, ha studiato filosofia, ascesi e psicologia in varie università europee. La sua posizione critica verso la struttura cattolica lo ha portato ad un allontanamento forzoso dai lidi religiosi verso un’attività di ricerca unica e personale, ben documentata dai suoi numerosi libri, editi soprattutto in lingua spagnola. Dal suo ‘Difendiamoci dagli Dei’ del 1984, ho estrapolato queste righe che documentano la similarità di ‘trattamento’ del popolo ebraico e di quello azteco da parte di una entità non umana dotata di tecnologie superiori dall’atteggiamento predatorio, sanguinario e decisamente indifferente alle sorti dell’umano genere. Le odissee esistenziali simili di questi due popoli geograficamente e temporalmente così distanti, hanno condotto l’autore a scrivere le seguenti avvincenti considerazioni. Davvero viene da chiedersi se la colonizzazione cristiana dei ‘conquistadores’ non sia stata (paradossalmente) un evento in definitiva liberatorio per queste genti! In ultimo, ricordo l’estrema difficoltà di reperimento dei testi di Freixedo in lingua italiana, a questo  link, il lungo elenco delle sue opere edite in lingua spagnola. Buona lettura.
 
‘… non si può negare che molti popoli, separati da migliaia di anni e damigliaia di chilometri, abbiano avuto credenze e praticato riti molto simili, tanto da far pensare ad una origine comune, ad una stessa matrice. E’ il caso delle analogie storiche e dottrinarie fra gli Ebrei del Vecchio Testamento e gli Aztechi a tremila anni di tempo e diecimila chilometri di distanza. Ad entrambi, il loro “dio protettore” impose di lasciare il luogo natio per andare in una “terra promessa”, sotto il suo diretto comando. Gli Ebrei errarono per il deserto 40 anni, guidati da  Yahvé che li accompagnava nella forma di una colonna di fuoco e fumo che illuminava il cammino durante la notte e faceva ombra durante il giorno, aiutandoli a superare le difficoltà che incontravano nel cammino.  
 
Per gli Aztechi è stata sicuramente più dura la peregrinazione che è durata ben duecento anni. Il “dio padre protettore” Huitzilopochtli li accompagnò in forma di grande aquila bianca dal loro insediamento naturale, che si presume sia stato fra l’Arizona e l’Utah, fino all’attuale centro di Città del Messico, allora piccola isola del lago Texcoco e lì si arrestarono perché apparve loro l’aquila che divorava il serpente, secondo la profezia divina che li aveva messi in moto. Entrambi i popoli “eletti” dovettero affrontare, combattere e molto spesso annientare numerose tribù o etnie che abitavano la “terra promessa” prima del loro arrivo. La Bibbia è la narrazione storica di questa conquista: gli Amorrei, i Filistei, i Gebusei, i Gaboniti, gli Amalechiti hanno la loro controparte americana nei Chichimechi, Daxtechi, Xochimilchi, Tepanechi. Una volta stabiliti nella “terra promessa”, iniziarono a moltiplicarsi velocemente, divennero molto potenti e sottomisero tutti i loro vicini, raggiungendo l’apice dello sviluppo circa due secoli dopo. 
 
Sia gli Ebrei che gli Aztechi erano stati indottrinati, marchiati dal rito della circoncisione e, tanto Yahvé che Huitzilopochtli esigevano dai loro popoli sacrifici di sangue. Fra gli Ebrei era di animali, dopo la remissione del sacrificio di Abramo del figlio Isacco, ma fra gli Aztechi era sangue umano. Nella dedicazione del tempio di Tenochtitlan, secondo gli storici, si sacrificarono diverse migliaia di prigionieri, strappando dal petto il cuore ancora palpitante per propiziare Huitzilopochtli. Tuttavia, se non in forma rituale, anche fra gli Ebrei il sangue umano scorreva a fiumi a causa delle lotte incessanti con gli altri popoli che Yahvé stesso incitava a fare; addirittura poi a volte il sangue era solo quello del popolo eletto quando “si accendeva la sua ira contro di loro”, il che accadeva abbastanza spesso. 
 
Entrambi i popoli furono dettagliatamente istruiti su come costruire un grande tempio nella terra promessa conquistata e questo comando lo si riscontra in altre apparizioni religiose nel corso della storia. Diego Duran, un frate francescano che scrisse le cronache dei primi colonizzatori delle Americhe riporta, con tutta la prevenzione possibile verso quei pagani demoniaci, la tradizione orale del popolo azteco secondo la quale i suoi antenati, a mano a mano che avanzavano verso sud, sempre seguendo la grande aquila bianca che li guidava dal cielo, la prima cosa che avrebbero dovuto fare appena arrivati in un luogo, era di costruire un piccolo tempio in cui custodire l’arca che trasportavano e mediante la quale comunicavano con il loro dio. 
 
La presenza dell’arca che, come per gli Ebrei, rappresentava il vincolo che li legava al loro dio protettore, fa presupporre che questi “spiriti che stanno nell’alto dei Cieli”, come li chiama San Paolo, abbiano uno stesso cliché, probabilmente una necessità particolare allorquando si affacciano nel nostro mondo e nella nostra dimensione. Se Yahvé ha avuto la sua controparte americana in Huitzilopochtli, il Cristo giudaico l’ha avuta con Quetzalcoatl, il messaggero di dio, istruttore e salvatore del popolo azteco che è apparso in questo mondo in modo misterioso, è stato apparentemente un uomo come lui; se n’è andato in modo altrettanto misterioso. Entrambi promisero che un giorno sarebbero ritornati. Una inconfutabile prova della esistenza degli dei è l’accadimento storico della nascita e della successiva espansione della religione dei Mormoni, quasi contemporaneo a noi e documentato da un atto notarile.'
 
 

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