Sento sempre abbaiare sul ruolo dell’Europa, in termini che ricordano
più rozze tifoserie piuttosto che una analisi seria, impermeabile sia
agli schieramenti che alle convenienze politiche.
Una cosa è
certa, la crisi strutturale dell’Italia è maturata all’interno
dell’Europa, dell’Euro, della globalizzazione, della WTO, ed è una crisi
da cui non si vede una via d’uscita: aumenta il nostro debito che ci
costa 90 miliardi di euro l’anno di interessi, aumenta la
disoccupazione, aumentano le vendite all’estero dei pezzi pregiati
dell’economia e del made in Italy, aumentano gli imprenditori che
delocalizzano dove pagano meno tasse e meno salari, per cui mi sembrano
folli tutti coloro che fanno professione di ottimismo e vedono luce in
fondo al tunnel. Mi fanno pure una sgradevole impressione quelli che
urlano che basterebbe uscire dall’Europa e dall’Euro per sistemare ogni
cosa.
Una cosa su cui tutti potremmo convenire è che gli Stati
Uniti d’Europa non sono mai nati, per volontà di USA, Regno Unito e
Israele, ...
... che immaginavano già un forte concorrente capace
di concentrare capitali e cervelli in istituti comunitari di ricerca
scientifica, di unificare leggi, regolamenti, costi del lavoro, di avere
un esercito comune che rendesse superflue le basi americane e quelle
della Nato, facendo vedere ben presto questa nuova potenza economica e
politica, indipendente, esercitare una influenza di PACE verso la
Russia, il Mediterraneo, il Medioriente.
Tutto questo non è
successo. L’Europa è un nano politico, i paesi più forti hanno
approfittato della crisi dei più deboli comprando a prezzi di saldo i
pezzi pregiati e continuando a intascare gli interessi sul debito di
Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia, senza decidere nulla sulla
messa in comune del debito con gli euro bond. Spendiamo cifre enormi al
seguito delle avventure militari USA, compriamo i loro bombardieri al
posto degli Eurofighlter europei, ci facciamo dettare l’agenda economica
dalla Banca Centrale Europea, per cui le decisioni politiche in Italia
non contano nulla.
L’eventuale uscita dell’Italia da questo
aborto di Europa e dall’Euro dovrebbe essere accompagnata per prima cosa
da una rinegoziazione del colossale debito, dall’uscita dalla WTO,
dalla protezione con dazi su tutte quelle merci che possono essere
prodotte in Italia, per garantirci in pochi anni autosufficienza
alimentare ed energetica con le rinnovabili con milioni di nuovi posti
di lavoro, valorizzando il nostro patrimonio artistico, ambientale,
unico al mondo oggi lasciato alla incuria, come Pompei, risanando di
quei territori inquinati a morte dai convergenti interessi di
industriali del Nord e camorristi.
E’ una pia illusione quella di
pensare di sopravvivere come nazione manifatturiera all’interno di una
globalizzazione che ha già decretato quali sono i vincitori e i vinti.
Ormai il lavoro va dove costa meno e se ci sembra una follia che a Prato
i cinesi schiavizzino i loro connazionali a un euro l’ora, dobbiamo
registrare il fatto che presto si sposteranno in Bangladesh dove si
lavora per un euro al giorno.
La globalizzazione premia
solo chi possiede grandi banche d’affari internazionali, chi ha grandi
multinazionali, chi possiede materie prime, chi ha milioni di lavoratori
(schiavi) a basso costo, e chi protegge queste situazioni con potenti
eserciti pronti ad intervenire su qualsiasi scenario.L’Italia in questo
scenario non ha alcuna possibilità a meno che l’Europa non diventi
un’altra cosa, ma di ciò non si vede neanche l’ombra.
E’ giusto
parlarne, ma finchè non verrà fuori che la ripresa è una chimera e che
le valutazioni di questa classe politica sono basate su frottole e
invenzioni, il tempo del cambiamento non sarà maturo, ma non bisogna
lasciare alla Lega Nord e alla destra l’esclusiva di questo discorso
perché potrebbe rivelarsi un grave errore storico.
E’ evidente
che una svolta nel senso del ritorno alla lira ha bisogno della
emersione di una classe dirigente nuova, credibile, di una Banca
nazionale senza fini di lucro che appoggi una profonda riconversione
energetica e agricola, di Università che creino competenza e ricerca a
favore dei settori economici nuovi.
Paolo De Gregorio
fonte: http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4382

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